Zio Vanja riapre il Carignano

Ci sono due validi motivi per andare a vedere Zio Vanja Zio Vanja di Gabriele Vacis, il secondo motivo è che è il primo spettacolo in cartellone al Teatro Carignano di Torino dopo il restauro che ha rivoluzionato la bomboniera sabauda.

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La bomboniera è rimasta.
L’interno del teatro ha ritrovato il suo splendore con gli stucchi dorati, i palchi, il rosone sulla volta.
La moquette ha lasciato posto ad un pavimento in legno studiato per rendere l’acustica perfetta e le poltrone hanno ritrovato i loro colori originali.
Il palco è un capolavoro di tecnica che permette soluzioni diverse e affascinanti (subito sfruttate da Vacis).

Le novità (e le polemiche) riguardano l’esterno ed il foyer.
La Piazza perde la bussola in legno che la caratterizzava ma ritrova la linea originale ed ora la facciata, che comprende Cambio, Pepino e Teatro è unica ed elegante.
Il foyer è stato trasferito nei sotterranei mentre al suo posto trova spazio un ingresso scarno e pulito con la nuova scala della Principessa che si affianca alla vecchia scala del Principe.
Insomma le novità sono parecchie e l’apprezzamento dipende dal gusto personale. Prima di esprimere pareri sarebbe però bene conoscere la storia storia del Teatro e della Piazza.

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Il primo motivo per andare a vedere Zio Vanja è andare a vedere Zio Vanja.
Chi conosce Gabriele Vacis non faticherà a riconoscere la sua mano, e chi conosce Roberto Tarasco (ma il tocco potrebbe anche essere quello di Lucio Diana) troverà tutta la sua tecnica nelle scene e nelle luci (ma anche nell’audio).
Il racconto scorre via più leggero e godibile di quanto mi aspettassi e alcune battute brillanti riescono a rendere Checov anche a tratti divertente.
Il primo atto rivela la brillantezza di Michele Di Mauro (dott. Astrov) che prende la scena in maniera decisa rischiando di rubare il campo ai pur bravi compagni. Ma il secondo atto è tutto di Eugenio Allegri, uno Zio Vanja fenomenale che riesce a toccare a fondo nel momento in cui esce di testa e per dieci minuti lascia lo spettatore col fiato sospeso, completamente rapito dalla sua reazione liberatoria.
E una nota di merito la riservo anche alle due presenze silenti ma fondamentali del servo e del giovane con la chitarra. Il primo impegnatissimo a montare e smontare scene, il secondo sempre pronto a sottolineare con la sua chitarra sfruttando le nuove potenzialità acustiche del Carignano.

E quello che più colpisce è proprio l’abilità di Vacis ad utilizzare al meglio le capacità della nuova torre scenica. Decide per i cambi di scena a sipario aperto, non è certo una novità ma qui sono veramente eccezionali, diventano quasi un personaggio in più. Le camere che crescono, si affollano, poi perdono pezzi. Non vorrei sbilanciarmi ma la seconda scena è qualcosa di diabolico per il fascino che emana. E quegli alberi…

Insomma… Vacis non delude e la compagnia rende al meglio l’opera di Anton Cechov.
Il Teatro Stabile di Torino continua a funzionare e a regalarci produzioni degne di essere ricordate.

(credits foto: Giorgio Sottile)

7 Comments

  1. aronne says:

    Non sono molto daccordo sull’acustica. La chitarra è vero si sentiva bene. Fin troppo. Il problema è che si sentiva la chitarra e meno le voci.
    Sulla scenografia concordo. Un po’ meno su Allegri. Meglio la Curino.

  2. soloparolesparse says:

    La serata a cui ho partecipato l’acustica era ottima, addirittura con effetto eco per le battute recitate sul fondo del palco quando questo rappresentava l’esterno della casa.

  3. tom says:

    ho visto lo spettacolo ieri sera: sono d’accordo su tutto. Allegri e Di Mauro nella scena finale sono esilaranti e struggenti nello stesso tempo. Una gara di bravura che finisce in pari. Vacis è un grandissimo, si possono avere ancora dei dubbi di fronte alla scena finale in cui scendono quegli alberi rovesciati? Ieri sera la gente usciva con gli occhi lucidi: da quanto non capitava a teatro?

  4. anita says:

    bello! Bello! Bello! Ho sempre pensato che Cechov fosse noiosissimo, invece qui non si perde tensione nemmeno per un momento. Fortissimi gli attori, suggestiva la scena. Bello!

  5. soloparolesparse says:

    @ tom e anita
    Molto bello leggere commenti entusiasti per uno spettacolo teatrale… non è così comune…

  6. Mauro Dorato says:

    Spettacolo solido, ben confezionato, attori convincenti e regia presente. Solo un piccolo neo: quello non è Cechov. Cechov è un’altra cosa.
    Passi ancora la consueta “latinizzazione” delle atmosfere, del fraseggio e del respiro dell’opera russa, tanto che come al solito sembra di essere in una villa nella campagna toscana piuttosto che in una casa della nobiltà russa, magari dalle parti di Kharkov o chissà dove; passi per l’inevitabile perdita del lirismo russo e del suo senso di nostalgia, ma la leggerezza dell’acquerello cechoviano no, quella è una cosa che non si può perdere per strada. Altri commentatori hanno sottolineato la leggerezza di questo allestimento, ma a me francamente appare ancora insopportabilmente greve; la recitazione è enfatica, accalorata a tratti sanguigna. Nella vivacità dello scontro dialettico la tensione sale e così va perso il climax, tanto che il culmine del dramma: l’esplosione di astio di Zio Vanja nei confronti del professore perde tutto il suo rilievo, mancando il contrasto con la calma sommessa delle scene precedenti.
    In Cechov tutto è più lieve e al tempo stesso più denso. Tutto si mantiene in superficie, ma come suggerisce Hofmannsthal è una superficie dalla profondità abissale.
    Imperdonabili i lazzi comici dei personaggi, di cui non c’è traccia in Cechov; quella di Vanja non è nemmeno ironia, al più un amarissimo sarcasmo ammantato di nichilismo. Non è quella una condizione dell’esistenza in cui si possa ridere. Qui fare l’occhiolino al pubblico significa non aver capito nulla e tradire profondamente il testo.
    Elena e il dottore entrambi troppo grossolani e volgari (insopportabilmente troppo italiano il medico). Invadente il servo, completamente sopra le righe la nanja, personaggio fondamentale della letteratura russa: amorevole, delicato, vera anima della famiglia nobiliare degli affetti. Qui resa grossolanamente, dimenticando il suo “essere serva”.

    Belle le scene, le luci ed i costumi. Un po’ invadente la sonorizzazione: faremmo sinceramente a meno del surround del canto dei grilli.

    Resta la piacevole occasione per riprendere possesso del Cariniano, finalmente ripulito e con uno splendido nuovo foyer.
    Una nota sulla tanto decantata introduzione del “Golfo Mistico”: intervento totalmente inutile, visto che un simile teatro verrà utilizzato (si spera) per il teatro musicale al più per l’allestimento di opere barocche o del classicismo, dove storicamente sarebbe scorretto annegare l’orchestra nella fossa. Qui la prassi delle esecuzioni storicamente informate pretende (con solide motivazioni acustiche e funzionali), che l’orchestra stia al livello della platea, senza preoccuparsi troppo della sua visibilità.

    Mauro Dorato

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