The red shoes – in salsa asiatica

Una buona sorpresa questo The red shoes di Yong-gyun Kim, horror con alto tasso di thriller che mantiene vive le caratteristiche del genere nelle modalità classiche koreane.

A parte il misterioso inghippo per cui le scarpette rosse del titolo (centro di tutta la pellicola) sono in realtà una specie di rosa shocking, un fucsia… a parte questo e l’idea (che rimane giusto un’idea) secondo la quale il film dovrebbe ispirarsi alla favola classica, il film merita attenzione ed è un buon prodotto.

Sun-jae scopre il marito a letto con un’altra proprio nel momento in cui pensa di aver perso la figlia per strada.
Così fugge con la bambina cercando una nuova vita.
Peccato che la nuova avventura si apra con il ritrovamento di un paio di scarpe quantomeno maledette: tutti coloro che ne vengono in possesso (o in qualche modo in contatto) fanno una brutta fine.
Ne fanno le spese una studentessa e un’amica di Sun-Jae, la cui stessa vita è sconvolta e invasa da incubi terribili.

La ragazza proverà ad indagare e scoprirà un confuso intreccio che riunisce un balletto antico, una storia di gelosia e amore e naturalmente omicidi misteriosi.

La prima parte del film viaggia su un ritmo lento che lascia spazio e tempo per le riflessioni e per cercare di capire quale sia il mistero nascosto.
Gli intermezzi che mostrano il balletto sembrano all’inizio fuori luogo ma ben presto acquistano un senso e diventa chiaro che sono la chiave per capire (parte) della vicenda.

Ed anche il continuo alternarsi di sogni e incubi, di realtà e immaginazione sembrano creare confusione (per quanto siano stilisticamente apprezzabili) e solo nel finale capiamo che anche quella confusione ha un senso.

Buono l’utilizzo della fotografia e della macchina da presa con movimenti funzionali e inquadrature curiosamente sfuocate che servono a focalizzare l’attenzione su alcuni particolari precisi.

Insomma il risultato è davvero buono e da metà in poi anche le sequenze più strettamente horror acquistano una loro importanza e non mancano di sorprendere e (a tratti) spaventare il giusto.
Scena cult: la doccia di sangue che arriva dal soffitto, non certo nuova ma sempre molto efficace.

Brava anche Hye-su Kim, con una interpretazione forte, capace di restituire la doppia personalità del personaggio, la follia, i cambi improvvisi di umore, la lucidità improvvisa e dolorosa.

Finale molto buono e capace di sorprendere anche uno spettatore scafato come il sottoscritto non ha paura di definirsi.

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