ToHorror Film Festival: Amer tra giallo italiano e sperimentazione

Prima di parlare di Amer voglio raccontarvi Hélène Cattet e Bruno Forzani con i quali ho avuto modo di scambiare più di due parole ieri sera prima della proiezione.
I due sono (giovanissimi) amanti del giallo all’italiana degli anni ’70 (e ’60), ma proprio appassionati del genere qualitativamente alto, di quelli che conoscono i dettagli dei film, la genesi e la storia.

Ovvio quindi che trovandosi a Torino abbiano voluto scoprire i luoghi in cui Dario Argento ha girato le sue prime pellicole da Profondo Rosso, a Quattro mosche di velluto grigio, a Il gatto a nove code.
Ho avuto il privilegio di dargli qualche indicazione ed il mio rammarico è stato di non avere la giornata di oggi libera, altrimenti li avrei volentieri guidati in un tour approfondito della città.

E veniamo ad Amer, pellicola che è davvero un omaggio spassionato a quel cinema, a quelle immagini e a quelle storie.
Ma Amer è anche molto di più, entrando a pieno titolo nel filone del cinema sperimentale (e pare che questa sia tutta colpa di Helene) e sfiorando a  tratti la videoarte.

I primi minuti del film potrebbero benissimo essere stati girati nel 1972 da Argento, da Lucio Fulci o magari da Umberto Lenzi.
Colori caldi, immagini sporche, una bambina terrorizzata, una vecchia velata di nero, addirittura una villa enorme e dispersiva e qualche cadavere di uccellino. Cosa vi ricorda?
Esatto!

E la musica aiuta moltissimo a creare l’effetto anni ’70, del resto i due registi hanno scelto direttamente le colonne sonore di alcuni classici, in particolare le musiche di Stelvio Cipriani.

E sulla stessa linea viaggiano le inquadrature, che vanno da particolari composizioni che richiamano film dell’epoca a tutta quella serie di primissimi piani e dettagli cui ci ha abituati Argento prima di tutti gli altri.
I dettagli davvero si sprecano. Oggetti, mobili, ma soprattutto porzioni di corpi.

Poi Amer si sposta decisamente verso lo sperimentale inserendo un montaggio pazzesco (che deve aver richeisto un lavoro immenso), colori che ricordano il virato di alcuni film muti, ma anche ritmi differenti e complessi.
Tuttavia la sperimentazione non influisce sul filo narrativo del film che è sempre comprensibile, fino al concitato e sorprendente finale.
Un esempio: la corsa dietro al pallone di Ana adolescente e del ragazzino mi sembra un’evidente parafrasi di un rapporto sessuale… merito della costruzione tecnica (e dell’audio) della sequenza.
E a proposito… lo stesso Forzani ha specificato che l’aspetto sessuale non è per nulla secondario in questo Amer, il continuo gioco di corpi e sensualità tra la donna e l’assassino, quelle porzioni di corpo così spesso richiamate…

Narrativamente parlando il film è la storia di Ana in tre momenti diversi della sua vita.
Da bambina (splendida per intensità Cassandra Forèt) vive in una villa con i genitori e la continua inquietudine portata da una zia strega.
Da adolescente (incredibilmente sensuale Charlotte Eugene-Guibbaud) è impegnata a contenere la propria esplosività sessuale e a rapportarsi con la madre.
Da donna matura (straordinaria anche Marie Bos) la vediamo tornare nella villa ed affrontare l’assassino e le sue antiche paure.

Potremmo parlarne ancora per ore, per quanto riguarda gli aspetti tecnici ma anche per la costruzione narrativa, ma forse è il caso che mi fermi prima che questa recensione diventi qualcosa di troppo approfondito.

Chiudo dicendo che Hélène Cattet e Bruno Forzani stanno iniziando a lavorare al loro secondo film che dovrebbe (per loro ammissione) puntare maggiormente ‘attenzione sull’aspetto narrativo e di indagine più che su quello visivo ed emzionale.
A questo punto mi tocca aspettarlo con ansia…

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