Psychosis – fantasmi o follia?

Si comincia con un po’ di splatter, poi ci si perde nel nulla e si conclude con una soluzione sorprendente.
Psychosis di Reg Traviss è più o meno tutto qui.

Susan e David si sono trasferiti dagli Stati Uniti in un enorme cottage poco lontano da Londra.
Il posto è isolato ma è l’ideale per permettere alla donna di concludere il suo romanzo e di dimenticare il suo esaurimento nervoso che le ha portato problemi anche dal punto di vista lavorativo.
Solo che nella enorme tenuta Susan torna ad avere delle visioni (a meno che quelli che vede non siano uomini e donne reali).
La polizia non trova nulla, una medium interpellata neppure.

Così la vita prosegue ma le visioni peggiorano e diventano sempre più sanguinose… fino alla sorprendente soluzione finale.

L’inizio di Psychosis mostra un po’ di buono splatter, un omicida nel bosco.
Poi la storia riprende, ci dimentichiamo di quanto successo… ed anche degli aspetti horror.
Il film si srotola infatti con una lentezza a tratti insostenibile interrotta solo da veloci sprazzi con le visioni di una comunque brava Charisma Carpenter.

Tutto viaggia sul filo del dubbio, del non detto, del lasciato solo intuire.
Per tutto il film non riusciamo a capire se Susan è fuori di testa ed ha visioni di morte, se quelli che vede sono fantasmi, o magari persone vere.
Ma anche il resto della trama gioca sul dubbio.
Il marito la tradisce ed è evidente che voglia in qualche modo liberarsi di lei, ma come?
Fisicamente? facendola impazzire? sarà lui che organizza le “visioni” della moglie?
Misteri irrisolti sui quali abbiamo un sacco di tempo per riflettere durante le lente sequenze.

E poi arriva il finale capace discretamente di sorprendere e regalare una risposta a cui io non avevo pensato (e questo è un bene) e che naturalmente non vi svelerò.

Nel complesso il film è buono, con alcuni simboli interessanti (come il telefono rosso) ed alcune apparizioni classiche (il ragazzo con la palla).

Non una roba imperdibile, questo Psychosis, però arrivi alla fine e ti dici che forse tutta quell’attesa, tutta quella lentezza, sono in fondo funzionali alla preparazione del buon finale.

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