Venere nera – la storia vera di Sarah Baartman

Intensa e drammatica ricostruzione delle vicende di Sarah Baartman, Venere nera è uno splendido film, pacatamente diretto da Abdellatif Kechiche.

Si comincia dal fondo, con la dissertazione accademica del 1815 in cui vengono mostrate la statua della venere ottentotta e parti del suo corpo conservate in formalina.
Obiettivo della dissertazione è dimostrare come gli ottentotti siano una razza diversa da quella negroide come da quella bianca.

Poi si torna cinque anni indietro, in Inghilterra, per raccontare la storia di Sarah.
Comprata in Sudafrica sostanzialmente come schiava viene esposta in una sorta di circo dei mostri e presentata come selvaggia addestrata e pericolosa.
Lo spettacolo ha successo ma crea anche scandalo, fino a portare ad un processo da cui il padrone di Sarah esce comunque pulito grazie alla testiomnianza della ragazza che dichiara di essere lì come artista e di recitare una parte.

La coppia, cui si unisce un secondo sfruttatore si sposta a Parigi dove gli spettacoli si fanno più spinti e incentrati su temi sessuali.
Qui si scatena anche l’attenzione degli scienziati locali che chiedono e ottengono di studiare nei dettagli Sarah, che pian piano acquisisce consapevolezza degi continui oltraggi che subisce.
La situazione precipita nello squallore di un bordello… ma direi che vi ho già detto troppo.

La prima parte del film, con la ragazza che sembra consapevole e consenziente nello sfruttare il suo corpo per interpretare un ruolo, non può che ricordare La donna scimmia di Marco Ferreri, ma man mano che la vicenda prosegue la situazione degenera e ci si allontana dall’illustre predecessore (e mai dimenticare che in questo caso di storia vera si tratta).

Qui il cuore della vicenda è lo sfruttammento, l’abbassamento dell’uomo a livello della bestia, la schiavitù nell’800 in Europa.
Un sacco di cose che il film rende perfettamente.
Inevitabile chiedersi se risultano più squallidi gli spettacoli o gli studi degli scienziati.
Aberrante davvero la sequenza delle misurazioni, dei ritratti, di un corpo trattato come fosse un oggetto senza preoccuparsi minimamente della persona che lo anima.

E splendida e intensa è l’interpretazione di Yahima Torres, davvero coinvolgente e capace di esprimere dolore vero.

Il film è da vedere per non perdere di vista la necessità che la dignità umana rimanga su livelli decenti.
E a questo scopo sono utili anche le sequenza mandate sui titoli di coda, immagini di repertorio del ritorno in Sudafrica delle spoglie di Sarah Baartman, avvenuto solo nel 2002.

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