Critica alla critica: Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008)

Torna a parlare di Steven Spielberg il nostro Evit.
Al centro della puntata di oggi c’è Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo.

Trama

Nel 1957, durante la Guerra Fredda, Indy e Mac sono riusciti a salvare la pelle riparando dalle truppe sovietiche in un remoto centro d’aviazione nel deserto del Southwest. Tuttavia, quando Indy, il professor Jones (grazie per avercelo ricordato), torna finalmente alla vita normale e al suo Marshall College si rende conto che le cose stanno andando sempre peggio. Il decano del college lo avverte, in amicizia, che le sue ultime missioni lo hanno reso tanto sospetto agli occhi del governo americano da aver addirittura chiesto all’università di allontanarlo dall’insegnamento. Mentre si aggira sconsolato appena fuori città (era andato a farsi un goccetto nella periferia depravata… ma che sconsolato e che fuori città? A quale scena fanno riferimento? A quella in cui sta partendo in treno? Non mi pare la stessa cosa che dire “si aggira sconsolato appena fuori città”?), Indy incontra il giovane ribelle Mutt Williams che gli fa una proposta irrinunciabile per un archeologo che si rispetti (in realtà era assai poco convinto dalla proposta di ritrovare il teschio di cristallo, l’unica cosa che trascina Indy in questa avventura sono gli affetti familiari e non i tesori). Se lo seguirà, potrà ritrovare il leggendario Teschio di Cristallo di Akator. Indy e Mutt si imbarcano in quest’affascinante avventura verso gli angoli più remoti del Perù, ma hanno subito modo di capire di aver dei non richiesti compagni di viaggio. E’ infatti sulle loro tracce un’unità speciale delle truppe sovietiche che, guidata dall’algida Irina Spalko è alla ricerca della mistica reliquia di Akator, i cui poteri soprannaturali potrebbero permettere all’Impero Sovietico di dominare il Mondo.

Critica

“Le leggende vanno soggette a una sorte ben strana: da una parte si dice che non invecchino mai; dall’altra tutti stanno in agguato per vedere se sono invecchiate. Ebbene, tra il penultimo episodio della saga, ‘L’ultima crociata’ e ‘Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo’ non sembrano passati vent’anni ma pochi mesi (no, sembrano proprio passati 20 anni, con tanto di camminata “gerontica” di Harrison Ford!). Qualche segno del tempo sul viso di Harrison Ford e Karen Allen, d’accordo: però il ‘twist’ è rimasto lo stesso (no affatto!), il divertimento anche (niente affatto!!) e neppure il pubblico minorenne avrà da lamentarsi delle nuove imprese del vecchio archeologo col vizio dell’avventura (infatti SOLO il pubblico minorenne non si lamenta, i vecchi fan avranno da lamentarsi eccome di questo film) (…) Tutto come negli episodi precedenti (affatto!!!), con i comunisti al posto dei nazi, ma inclusi i crolli apocalittici, il contorno fobico di animalacci (si quelle ridicole formiche in CGI) l’intreccio indissolubile di generi che ha fatto la fortuna della serie.”
(Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 19 maggio 2008)

“‘Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo’, capitolo quattro della saga dell’archeologo più rompicollo del pianeta, funziona alla grande soprattutto nella prima parte (solo nella prima parte). Steven Spielberg alla regia, Harrison Ford con cappello e frusta, George Lucas al pensatoio (Indy è creatura più sua che di Steve) hanno dato il meglio di sé (nel peggior film della saga), e il loro ‘meglio’ è roba buona.” (no, il loro meglio è stata la pellicola più imbarazzante da qualche decennio a questa parte)
(Alberto Crespi, ‘L’Unità’, 19 maggio 2008)

“Si tratta, di un film stracolmo di avventura e d’azione, girato con la solita mano sapiente di Spielberg (ormai non è più molto sapiente visto i risultati) e dislocato in set di esotica suggestione (quasi tutti digitali e finti, non è certo Venezia, l’India o il “Cairo”) nel quale, però, battono la fiacca tre ingredienti decisivi del prototipo: la novità del tono, la freschezza visionaria e il citazionismo cinéfilo. Tutto sa di già visto, non solo nel tipo di approccio figurativo, ma soprattutto nel delicato equilibrio tra ritmo indiavolato, (auto)ironia dei personaggi e sottotesto vintage (sotteso vintage?): difficile, insomma, che i costumi, i caratteri, le musiche e persino gli effetti speciali provochino le stesse piacevoli sensazioni presso un pubblico cresciuto e smaliziato. Ciò non vuol dire che Indiana Jones n°4 sarà snobbato dai botteghini, ma l’eventuale successo potrà essere confuso con quello di uno qualsiasi dei tanti blockbuster contemporanei. (…) Botte da orbi (come in un film di Bud Spencer), inseguimenti nella giungla, zombies assassini (zombies con plurale all’inglese? L’italiano è ormai optional. Ancora li devo vedere degli zombi che non sono assassini, e a cosa si riferisce poi? Alla tribù che protegge Akator? Non erano mica dei morti viventi. Mah!), caverne magiche (cos’è Dungeons&Dragons?), scorpioni, formiche e serpenti… Ma la frusta di Indy non è più quella sferzante di un tempo ed è fatale che al poveretto tocchi un finale di melensaggine imbarazzante. (concordo!)”
(Valerio Caprara, ‘Il Mattino’, 19 maggio 2008)

“Un’avventura che tra inseguimenti nella giungla, assalti di voraci formiche rosse e salti da mega-cascate porterà tutti all’ interno di una particolarissima piramide maya (wow una recensione che parte con il finale). Tra cunicoli pieni di ragnatele (dettaglio irrilevante), attacchi proditorii di indios redivivi e tesori accumulati dagli alieni, il film mescola avventura e fantascienza, alla ricerca di una chiave di divertimento adatta ai nuovi tempi, ma finisce irrimediabilmente per soffocare la componente spensieratamente fanciullesca del protagonista: la rivelazione della paternità finisce per attribuire a Indiana la responsabilità di un ruolo che negli altri film non aveva. Non ci sono più i litigi un po’ infantili con la Marion del primo film o con il piccolo cinesino del secondo (o con il padre nel terzo): Indy mette la testa a posto, lotta contro i nemici della libertà americana, non ruba più niente e alla fine «aiuta» gli extraterrestri a ritrovare la via del cielo, in un film che sembra fatto soprattutto per i fan già convinti (in realtà è un film fatto per i “nuovi fan” perchè quelli vecchi hanno tutti disprezzato) e che dà l’ impressione di essere stato più divertente da ideare e girare piuttosto che da guardare.”
(Paolo Mereghetti, ‘Corriere della Sera’, 19 maggio 2008)

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