2001 Maniacs: field of screams

Tornano i folli sudisti di Tim Sullivan.
Dopo il primo 2001 Maniacs (che già era un remake di 2000 Maniacs di Herschell Gordon Lewis) il buon Tim ripropone il villaggio di sudisti cannibali in 2001 Maniacs: field of screams.

Questa volta lo sceriffo locale impedisce al colonnello Buck e ai suoi compari (morti da quasi 150 anni) di organizzare la solita festicciola in cui muoiono ogni volta una decina di persone.
Così la combriccola, dopo averlo fatto fuori con uno dei classici giochi da festa del sud, organizza un pulmino per andare a cercare gli ospiti direttamente sulla strada.

E i prescelti sono gli occupanti di un camper, se possibile ancora più folli dei protagonisti.
Si tratta di una troupe di un film (più o meno) composta da una produttrice, un regista ebreo, due bionde in bikini, una nera che fa il tecnico ed un autista messicano… un bel gruppo, non c’è che dire.
E tutti quanti diventeranno parte integrante della festa sudista.

Lo spunto di partenza (che però rimane valido per tutto il film) è che il villaggio venne sterminato durante la guerra civile americana e ancora oggi le vittime di quella strage sono alla ricerca di vendetta.
Così ogni anno, nell’anniversario della strage, organizzano una tipica festa sudista (balletti, musica, giochi da fiera di paese e barbecue) a cui invitano turisti del Nord per poi farli fuori e mangiarseli, fino a quando non saranno vendicate tutte e 2001 le vittime locali.

La forza del film di Sullivan è l’ironia, lo splatter esagerato, le situazioni comiche, spesso scollacciate e continuamente legate al sesso.

E cosa vogliamo dire dei personaggi? Quasi tutti indimenticabili.
Il colonnello orbo (qui interpretato da Bill Moseley), il negro che non è chiaro come sia finito a sud nell’800, il ragazzo contadino che gira con una pecora imbalsamata, il maschione (forse) gay, la ragazza diciassettenne affamata di sesso che se ne va in giro con la sua cintura di castità che le verrà tolta solo al compimento dei 18 anni (cioè mai!) e su tutti la straordinaria nonna interpretata da Lin Shaye, volgare, sboccata, violenta, anche lei ninfomane (ma preferisce i neri).
E non è che i turisti che finiscono nelle grinfie del villaggio siano meno fuori di testa.

Un sacco di sangue e giochini divertenti.
Molte le situazioni assurde da ricordare.
Dal cagnolino imbalsamato che una delle bionde si porta dietro, alla nonna che macella i polli con una mannaia, allo spettacolo organizzato dall’allegra compagnia.

Insomma Sullivan non delude e fa divertire, senza tenersi dentro niente di quell’esplosività che gli permette di esagerare e di essere politicamente scorretto.

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