Critica alla Critica: Scarface (1983)

Per Critica alla Critica è il turno di Scarface, capolavoro di Brian De Palma.

Critica
“Lo ‘Scarface’ girato da Howard Hawks nel 1930 ma uscito nel ’32 col sottotitolo ‘Vergogna d’una nazione’ voluto dalla censura (e arrivato in Italia soltanto nel ’47) è un classico del cinema sui gangsters. Adombrando la truce figura di Al Capone, e introducendo per primo sullo schermo il fucile mitragliatore, fu il film più violento dei suoi tempi: piacque la franchezza con cui denunciava la malavita di Chicago e fece sobbalzare molte brave persone. Ci sembra poco probabile che questo rifacimento diretto da Brian De Palma abbia lo stesso successo clamoroso (ma si, lo conoscono veramente in pochi Scarface con Al Pacino!). Siamo assuefatti, purtroppo, alle carneficine (è stata scritta nell’84, figuriamoci oggi!); la delinquenza organizzata fa parte del nostro paesaggio; i micidiali effetti del ‘bazooka’ sono risaputi; Al Pacino gigioneggia più di quanto facesse Paul Muni (non interpretavano entrambi Al Capone, dunque perchè compararli?); e soprattutto il nuovo Scarface è quasi del tutto privo di quella vena semicomica che Hawks e il suo sceneggiatore Ben Hecot (ai quali è dedicato) avevano introdotto nell’affresco sanguinoso per renderlo sostenibile. (praticamente potevano solo farne un remake-fotocopia affinchè potesse essere apprezzato da Grazzini del Corriere della Sera)”
(Giovanni Grazzini, ‘Il Corriere della Sera’, 17 marzo 1984)

“Spettacolo di bassa macelleria, inutilmente dilatato in quasi tre ore di durata senza che, peraltro, emerga in qualche modo la personalità dei personaggi (a me sembravano tutti ben delineati). La società che vive nella pellicola non è certo una società reale (questo è quello che i benpensanti vorrebbero credere, la realtà era anche peggio, cercatevi il documentario “Cocaine cowboys), e con ciò non si vuole dire che la malavita non esista, ma che di certo trova dei contrappunti che, nel film, non compaiono (non potevano credere forse che la malavita potesse essere così sfacciata? In affari con le banche e con i politici, etc…?). Ben lontano da altre, più serie opere sul mondo della malavita e della mafia, ‘Scarface’ non riesce (non vuole certo essere un documentario serioso, scoccia forse che non ci sia la vittoria della giustizia o magari l’assenza di una redenzione finale?), con le sue ‘moraline’ troppo facili sul ‘cattivo’, ad evitare di affogare nel mare di sangue che trasuda dallo schermo.”
(‘Segnalazioni cinematografiche’, vol. 97, 1984)

Le “moraline” nel film sono totalmente assenti e rimane solo il messaggio universalmente valido che “a volere tutto si rischia diperdere tutto”. Ancor meno le “moraline facili” potrebbero essere sul ‘cattivo’ dato che in questo film abbiamo uno dei pochi cattivi autocoscienti del loro ruolo di cattivi nella società (la cui presenza è necessaria a far sentir meglio i benpensanti e per arricchire i banchieri) per stessa ammissione del cattivo-protagonista (Pacino). Insomma questa è una recensione scritta con i paraocchi di chi non concepisce che la malavita possa essere in affari con autorevoli istituzioni (banche, governi… etc) e da chi non si accorge come i fatti ritratti nel film non siano affatto lontani dalla realtà (anzi, persino diluiti!). In fin dei conti la cosa che non è veramente piaciuta a quelli di Segnalazioni Cinematografiche del Centro Cattolico, che vivono in un mondo tutto loro dove i confini tra male e bene sono sempre ben definiti, è che il film fa affezionare lo spettatore ad un protagonista essenzialmente negativo che non potrà mai andare in paradiso, né potrà dare alcun modello di virtù.

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