Critica alla Critica: Una poltrona per due (1983)

Questa volta Evit tira in ballo il superclassico natalizio Una poltrona per due di John Landis per la nuova puntata di Critica alla Critica.

Trama
Due fratelli – avari e spregiudicati finanzieri di Filadelfia – Randolph e Mortimer Duke, dilettanti di filosofie, scommettono (un dollaro!) la dimostrazione pratica di una tesi marxista: l’ambiente fa l’uomo, distruggendo – con un espediente cinico – il nome e la professionalità del borioso giovane manager della loro finanziaria, Louis Winthorpe, che sta per sposarne l’erede, e lo sostituiscono con Billy, un mariuolo negro (mariuolo negro? Chi l’ha scritta la trama un razzista napoletano?), specialista in trucchi per “arrangiarsi” (un particolare superfluo quanto errato, difatti non era affatto specialista visto che il suo “costume” da mutilato del Vietnam viene subito scoperto dalla polizia e non gli garantiva nessuna entrata economica dato che tutti i passanti lo ignoravano). Preso il posto di Louis nella lussuosa abitazione con maggiordomo, Billy si abilita – a tempo di record – non solo a muoversi con disinvolta signorilità nell’inconsueto habitat residenziale, ma anche in quello rischioso e imprevedibile della finanza, con incredibile successo; mentre Louis, jellato, si degrada di giorno in giorno ignominiosamente (“jellato”? Ma chi l’ha scritta questa trama?). Quando però Billy si accorge di essere usato dai Duke, nè più né meno dello sfortunato Louis, per un puro gioco cerebrale (?) e maligno dei due, si allea allo sconfitto per prendersi una altrettanto spregiudicata rivincita sui due finanzieri, autopremiandosi poi insieme al socio con una favolosa vacanza alle Bahamas, avendo le tasche gonfie di dollari (non penso fosse una vacanza, credo che vivessero di rendita in pianta stabile in qualche paradiso tropicale, non che fossero lì in vacanza. Tra l’altro in nessun momento viene rivelato che fossero proprio alle Bahamas).

Critica

“Landis non è soltanto quello dei “film demenziali”: qui dimostra di saper costruire una commedia servendosi di modelli classici. E i due protagonisti gli danno un valido aiuto.”
(Francesco Mininni, Magazine italiano tv)

Quell’“Animal House” aveva già irrimediabilmente ridotto Landis ad uno stereotipo per Mininni. Per colpa di quell’unico film era diventato un regista di soli film demenziali.

“Nel film c’è più astuzia che intelligenza (cos’è, un’offesa mascherata da complimento?) ma Landis lo serve in tavola con innegabile efficacia. Lo sfondo urbano di Philadelphia è strepitoso, la direzione degli attori è infallibile anche nelle parti di contorno.”
(Laura e Morando Morandini, Telesette)

“Inutilmente sorretto dalla recitazione di due valenti professionisti come Bellamy e Ameche e dall’irresistibile vitalità del giovane nero Murphy e dalla bravura di Dan Aykroyd, come pure dalle musiche sapientemente arrangiate da Elmer Bernstein, il film non ha altro merito che quello di far sorridere qua e là.”
(‘Segnalazioni cinematografiche’, vol. 96, 1984)

(dopo tutti questi elogi… “il film non ha altro merito che quello di far sorridere qua e là”)

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