Il sole era freddo, di Roberto Gandus

Torino, 1972. Una data precisa, una città precisa. Tempo e luogo sono definiti e sono la base del nuovo romanzo di Roberto Gandus, Il sole era freddo, Fratelli Frilli Editori. La copertina che raffigura uno storico tram torinese e il sottotitolo del romanzo completano il cerchio che serve ad introdurre la prima avventura del commissario Lemonier.


Trapiantato a Torino il commissario dal nome francese si trova ad indagare su un doppio omicidio. Un giovane di 18 anni e un travestito. Pochi indizi, pochi spazi per muoversi ma un ristorante, il San Giors, che sembra in qualche modo essere al centro dell’intreccio.

Qui si muovono il padre di una delle due vittime, il suo amico più caro, una giovane ragazza e il narratore. Si perchè Gandus inserisce nel romanzo una particolarità non da poco, una finezza che non può non colpire. Uno dei clienti abituali del locali è lo scrittore stesso, che un po’ ricostruisce e un po’ inventa osservando le persone che animano il locale la vicenda stessa che stiamo leggendo e di cui lui finisce per essere uno dei protagonisti. Una soluzione straniante e affascinante.

Poi però c’è naturalmente il racconto, l’intreccio. E siamo di fronte ad un noir abbastanza puro (o “un giallo anomalo”, come si augura lo stesso Gandus). Una Torino cupa fa da sfondo a personaggio problematici. Tutti. Il commissario fa il suo, ma poi ad indagare c’è anche un custode di palazzo (con una moglie mezza veggente). E intorno a loro si muovono una serie di personaggi ben caratterizzati, con la loro storia personale che inevitabilmente si intreccia con la vicenda principale.

E c’è anche tutto un sottofondo di personaggi vagamente inquietante che era tipico della Torino di quegli anni. Gandus ricostruisce perfettamente gli ambienti e il clima. Quella sensazione di grigiume senza futuro che la città restituiva inevitabilmente e tristemente a chi vi si affacciava negli anni ’70. Qui poi tutto parte da un articolo di giornale che ipotizza una Torino trasformata nel regno del crimine. E del resto sono gli anni di Torino Violenta e dei poliziotteschi.

Ma stiamo divagando, quello che conta è la storia, l’intreccio, il cupo noir e l’esordio di un commissario che mi auguro di veder tornare presto. Un noir che funziona, coinvolge, cattura, macina e risputa il lettore con mestiere e abilità.

L’intervista con Roberto Gandus.

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