Claudio Baglioni, di Paolo Jachia

Conobbi la musica di Claudio Baglioni all’inizio delle elementari, quando in pratica cominciai a scoprire che esistevano anche delle canzoni che non erano scritte per i bambini e che non erano siglie dei cartoni animati. Era l’inzio degli anni ’80. Non c’era internet. Naturalmente la scoperta avvenne attraverso “Questo piccolo grande amore” e nella pagina di canzoniere che fotocopiai per avere il testo era affiancata a “Poster”. Scoprii quindi in un colpo sole che quell’autore di canzoni ne aveva scritte almeno due ed erano entrambe clamorose.

Da lì è nato il mio amore per il Divo Claudio. Pian piano recuperai gli album esistenti e non mi feci mai sfuggire i successivi. Mi innamorai quindi del primo Baglioni e con quel bagaglio venni folgorato dal secondo Baglioni, quello più attento alla ricerca, alle parole.


Questa lunga premessa per dirvi come mai non avrei potuto perdere per nessun motivo Claudio Baglioni – un cantastorie dei giorni nostri (1967-2018) di Paolo Jachia per Fratelli Frilli Editore. Ed anche per dirvi che ho affrontato la lettura con una certa competenza sul tema.

Posso serenamente dirvi che Jachia (che del resto nel campo ha un’esperienza mica da ridere) non ha deluso per nulla le aspettative del lettore-fan. La sua è un’analisi dettagliata di tutti gli album di Baglioni, da “Un cantastorie dei giorni nostri” a “Con voi”. Un lungo viaggio che traccia un percorso e un’evoluzione precisa. L’autore analizza gli album nel loro insieme e scende nel dettaglio dei testi di moltissime canzoni.

Riesce in questo modo (questa mi pare la missione principale) a dimostrare come il buon Claudio non sia (solo) il cantautore dell’amore nei secoli, ma anche (soprattutto a ben vedere) un cantautore estremamente attento alle situazioni scoiali e perfino politiche. A dirla tutta, chi conosce L’intera opera di Baglioni non può avere dubbi sull’assunto, ma è bene ribadirlo e dimostrarlo anche a chi conosce solo il Baglione dell’amore accoccolati ad ascoltare il mare con una maglietta fina (che poi la sera fa pure freschino) mentre un passerotto cinguetta il sabato pomeriggio.

Così Jachia parte dai testi e spiega come il nostro sia stato da sempre (basti vedere come si apre l’album di “Questo piccolo grande amore”) attento alle questioni sociali, come sia un artista di una cultura altissima (i riferimenti nelle sue opere sono a vari livelli), come non abbia mai avuto paura si esporsi e schierarsi. Come, inoltre, non abbia mai avuto paura nemmeno di rischiare dal punto di vista musicale, senza mai fermarsi e adagiarsi sui successi ma andando sempre avanti nella ricerca e (perfino) nella sperimentazione.

Insomma, non è mio compito ora dimostrarvi dove sta l’arte e la politica negli album di Claudio Baglioni. E’ invece mio compito dirvi che lo ha fatto magistralmente e incontrovetibilmente Paolo Jachia nel suo libro, quindi se siete curiosi di scoprire la parte (grossa, enorme, predominante) di Baglioni che non conoscete, il consiglio è di leggere il libro. Potrebbe stuzzicarvi ulteriormente leggere l’intervista che ho fatto con Jachia su Quotidiano Piemontese.

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