Ce la farò, di Gabriella Mosso

E’ un racconto pieno di vita e di speranza Ce la farò, il nuovo libro autobiografico di Gabriella Mosso, Araba Fenice Edizioni. , a partire da quell copertina che richiama la tecnica del kintsugi giapponese.

Incontriamo l’autrice protagonista in un letto di ospedale. Si sveglia dopo un’operazione che ha richiesto l’anestesia e cerca di capire dove si trova e chi le sta intorno. L’incipit è notevole.


Da qui si sviluppa il racconto, che ci porta nel lungo viaggio di recupero dopo l’intervento alternando continuamente la “cronaca dall’ospedale” con i ricordi di tutta una vita. Il cuore della faccenda è però la forza e la positività dell’autrice, abituata fin da bambina a pensare positivo, a credere che ogni ostacolo possa essere superato se affrontato con la giusta voglia, carica, forza e ovviamente (in questo caso) le cure del caso.

La protagonista non indugia mai sul dolore, sulle difficoltà. E’ sempre lei a cercare di sollevare il morale a chi la circonda, a partire dalla vicina di letto, che ha invece assunto un atteggiamento opposto.

Pur nella sua totale positività però mai si legge, nemmeno tra le righe, un compiacimento per un comportamento tanto virtuoso. E’ semplicemente la norma, il suo modo di affrontare la vita e le difficoltà che si incontrano: positività ed ironia.

E così, pagina dopo pagina, conosciamo la storia di Gabrielle Mosso, attaverso mille piccoli episodi. Impariamo a conoscere la sua nonna (tanto importante), il padre (base della sua crescita) e ancora i figli (naturali e acquisiti), i nipoti (naturali e acquisiti anche loro), perfino i cani, i vicini e gli amici. Un vasto panorama di personaggi che hanno puntellato l’esistenza dell’autrice e che si ripresentano alla memoria proprio nel momento di massima difficoltà.

E poi c’è il kintsugi, la tecnica di riparzione giapponese che è un po’ il simbolo di questo libro. Secondo il kintsugi un oggetto rotto non va riparato in maniera che quella rottura scompaia (tantomeno buttato), va invece riparato esaltando la rottura, ad esempio utilizzando del collante mischiato a polvere d’oro. Il senso è comprendere che la rottua (le difficoltà della vita) non vanno nascoste o cancellate, ma ricordate e portate ad esempio, perchè se sono state superate sono un tassello importante della nostra storia.

Se volete approfondire ho intervistato Gabriella Mosso su Quotidiano Piemontese.

A margine: io cucio i calzini bucati con un filo di un colore il più possibile diverso dal colore del tessuto. In fondo sono un po’ kintsugi anche io…

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