Diavolo Rosso, di Giorgio Boccassi

Se siete appassionati di ciclismo (e della storia del ciclismo) il nome di Giovanni Gerbi vi sarà noto, ma questo libro è anche (o forse soprattutto) per voi. Se invece, come il sottoscritto, il ciclismo per voi si ferma alla leggenda di Coppi e Bartali ed ai pomeriggi passati davanti alla tv a seguire gli scatti di Pantani, allora scoprirete un personaggio che viaggia sul sottile filo che separa il mito dalla leggenda, l’eccelso sportivo dal pionere di un tempo passato.


La storia di Giovanni Gerbi ce la racconta il suo pronipote Giorgio Boccassi, teatrante e scittore, con Diavolo rosso, caosfera edizioni. Ed è una storia dal fascino antico. Siamo nel 1900 quand un ragazzino di 15 anni, astigiano, si presenta sulla linea di partenza della Asti-Moncalieri e dopo 95 km è di ritorno, prima di tutti gli altri. Comincia il mito che cambierà la storia del ciclismo.

Leggendo le pagine di Boccassi scopriamo che in fondo siamo di fronte all’uomo che porterà il ciclismo in Italia al livello successivo: è il primo a studiare i percorsi delle gare, il primo ad usare le ruote tubolari, il primo ad adattare la bicicletta alle sue necessità. In definitiva è il primo pfessionista della storia.

Ma Gerbi, il diavolo rosso (perchè aveva scelto una maglia rossa cme divisa) è anche un vero pirata. Siamo nell’epoca degli scontri anche fisici, nell’epoca in cui le regole esistevan ma controllare i ciclisti su percorsi anche di 500 km era impossibile. E allora abbiamo corridori che si fanno trainare in moto, altri che salgono sul treno, altri ancora che spingono gli avversari giù dai dirupi. Per non parlare dei tifosi, che usano tutti i mezzi, spesso barbari e illegali, per penalizzare gli avversari del proprio idolo.

E il diavolo rosso non è da meno degli altri… tutt’altro. Nel libro si racconta di scontri furibondi, di spinte al limite, di amici assoldati per indicare agli avversari strade sbagliate. Non mancano squalifiche e bastonate.

Ma è soprattutto l’epoca del ciclismo eroico. Gerbi vincerà gare con 42′ minuti di vantaggio, si fermerà a mangiare in locande e trattorie, arriverà stremato più volte al traguardo, finirà perfino in coma per 5 giorni dopo un incidente.

Il libro è zeppo di aneddoti  curisiotà. Ma Boccassi è un drammaturgo e questo volume è tratto da un suo spettacolo, quindi quello che ci troviamo di fronte non è il racconto di una vita, di un campione, di uno sportivo. Quello che ci trviamo di fronte è l’insieme di una serie di episodi, di emozioni, di piccoli momenti che messi insieme danno vita al mito, ci mostrano la leggenda che c’è dietro l’uomo, ma anche l’uomo che c’è dietro il ciclista.

Un salto indietro di oltre un secolo che ci fa capire perfettamente perchè il ciclismo ha raccolto negli anni così vaste schiere di appassionati (e perchè negli ultimi decenni le ha inesorabilmente cominciate a perdere). Se volete approfondire trovate qui la mia intervista con Giorgio Boccassi.

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