Il bambino che giocava con le bambole, di Antonio Tentori

Pare strano scriverlo ma in effetti Il bambino che giocava con le bambole, Cut-up Edizioni è il primo romanzo di Antonio Tentori. Decine di sceneggiature per il cinema di genere italiano, saggi che sono testimonianze della storia del cinema, racconti, perfino novalization certo, ma questo è il primo romanzo  soggetto di uno dei più apprezzati creatori di thriller story degli ultimi decenni.


E quindi è proprio il caso di godersi la storia di Giulio e della sua famiglia. La vicenda si apre nel 1990, a Venezia, quando Giulio bambino assiste all’omicidio del padre ed al suicidio della  donna che gli ha sparato. Ovviamente l’evento lo traumatizza fortemente e quando lo ritroviamo, una trentina di anni dopo, soffre di gravi crisi di amnesia. Ha proprio dei buchi di memoria in cui non ha idea di cosa ha fatto.

La sua vita, grazie alla madre, alla sorella, al fratello e ad una fidanzata che lo ama, è andata comunque avanti ma quando un misterioso assassino comincia ad uccidere persone a lui vicine, Giulio crolla e si convince di essere lui stesso l’omicidio. Comincerà un drammatico viaggio nei ricordi e nel suo inconscio, mentre intorno a lui le vittime si susseguono ad un ritmo vertiginoso, arrivando sempre più vicine a lui.

Ne Il bambino che giocava con le bambole c’è tutto il cinema italiano degli anni ’70 e ’80. Le atmosfere che Tentori riesce a ceare sono esattamente quelle. I vicoli di Venezia che nascondono l’orrore, la tensione, i personaggi che nascondono misteri nel loro passato. Sembra quasi di riuscirne a scorgere gli sguardi folli e allucinati. Giulio è un fotografo (altro topos di quel periodo). E poi un assassino che è proprio il simbolo del meglio di quegli anni. Mantello nero, viso coperto, un rasoio affilatissimo e letale come arma.

Anche la storia di sceneggiatore di Tentori viene fuori in maniera corposa pagina dopo pagina. Le scene che si susseguono sono dei quadri che il lettore non fatica minimamente a visualizzare. I periodi corti, netti, precisi, aiutano a costruire l’immagine. Le descrizioni sono scarne lì dove l’autore vuole lasciare più spazio e libertà a chi legge, ma diventano estremamente dettagliate nei momenti dei tanti omicidi, dove ogni gesto, ogni immagine diventa precisa, rituale, unica. In quei momenti il racconto diventa cinema vero.

E poi c’è la vicenda, perfettamente costruita, con gli indizi al posto giusto per sviare il lettore e guidarlo di volta in volta verso l’idea che il colpevole sia l’uno  l’altro dei personaggi. Ognuno dei quali ha una sua costruzione strutturata ad hoc per attirare dubbi fino al limite necessario, fino al finale che, ovviamente in maniera rocambolesca, ci accompagna alla rivelazione finale.

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