Rubens giocava a pallone, di Stefano Muroni

Avete mai sentito parlare di Rubens Fadini? Se siete amanti della storia del calcio probabilmente si. Altrimenti è facile che conosciate i nomi di Mazzola, Gabetto, Loik ma non sappiate che su quell’aereo che il 4 maggio 1949 portò il Grande Torino direttamente dalla collina di Superga al mito eterno c’era anche lui, un ragazzo di 21 anni che si chiamava Rubens, arrivava dalla bonifica ferrarese e per tutti era già l’erede designato di Valentino Mazzola.


E’ la sua storia quella che Stefano Muroni ci racconta in Rubens giocava a pallone, Pendragon Edizioni. Però quella che Muroni ci racconta non è la storia di un campione di calcio, è la storia di un ragazzino che amava giocare a pallone e vi assicuro che sono due cose molto diverse.

Non siamo davanti ad un saggio sportivo ma ad un romanzo molto delicato e avvincente, visto con gli occhi di un ragazzo che del mondo del calcio, lì dalla futura campagna ferrarese, non sapeva assolutamente nulla. Anzi, visto con gli occhi della sua fidanzata, nata lo stesso giorno nella cascina accanto, che di calcio sapeva ancora meno.

Così il piccolo Rubens, che ha gambe forti e spalle mingherline, ultimo di una famiglia inevitabilmente numerosa, ha la fortuna di poter studiare e lavorare. Ma quando incontra un pallone qualcosa si muove dentro di lui e le sue gambe e la sua testa cominciano a muoversi come se avessero vita propria, come se conoscessero cose che Rubens ignora.

Dovrà superare le ostilità del padre, della maestra e del prete, il piccolo Rubens per poter giocare nella squadretta locale. Poi i trasferimenti della famiglia e infine, quando il sogno sembra realizzarsi nonostante tutto… perfino la Seconda Guerra Mondiale.

Però quando qualcosa è scritto nel destino non c’è modo di evitarlo e la storia di Rubens dice che lui deve giocare a pallone. E allora dalla squadretta del Dopolavoro arriva di colpo la serie B e siccome Rubens è bravo davvero è inevitabile che gli osservatori del Grande Torino, che cercano “il nuovo Mazzola”, si accorgano di lui. Poi la storia si trasforma in Mito.

Tutto questo però, lo ripeto – ed è questa la forza del libro – è raccontato come la storia di un sogno di un bambino, da raggiungere nonostante le mille difficoltà del periodo storico. Certo, Muroni si concede licenze notevoli nella ricostruzione di quanto accaduto (anche perchè recuperare documenti dell’epoca non è certo facile) ma chi legge ne è consapevole e non è certo un problema. Se volete approfondire ecco la mia intervista con Stefano Muroni.

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