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Il Farinetti 2009 raccoglie tutte le recensioni di film che questo blog ha preparato nel corso dell'anno passato, tutte in un unico volume.

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Archive for the ‘recensioni’ Category

mar
11
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni on marzo-11-2010

Re-Cycle, dei fratelli thailandesi Pang, dovrebbe essere un horror ma a parte qualche immagine un po’ forte, di paura certo non ne provoca.
Centodieci minuti che sembrano duecentoquaranta e sono perfettamente divisi in due storie diverse, entrambe bruttine. Cambio di registro e di tono dopo una quarantina di minuti di film.

Prima parte.
Chu è una scrittrice di successo che in tre anni ha pubblicato tre vendutissimi romanzi d’amore. Ora decide di cimentarsi in qualcosa di legato al soprannaturale, al filosofico ma ha non poche difficoltà.
Anche perchè si immedesima talmente nei suoi personaggi che ben presto quello che scrive si trasforma in realtà (o forse è lei che scrive quello che sta vivendo).
Si comincia col ritrovare dei capelli, poi alcune apparizioni (una nonna con una nipote), poi la situazione degenera e lei si trova in una città fantasma.
Questa prima parte sembra un horror classico orientale con tanto di musiche extradiegetiche che mirano a far crescere la tensione legata ad apparizioni misteriose.

Seconda parte – con spoiler.
Poi ci si trova nella città fantasma ed inizia un secondo  film.
Il luogo (misterioso e affascinante) è un posto dove vivono tutte le cose e le persone dimenticate o abbandonate.
Ci sono i giocattoli che lei usava da bambina, un sacco di libri ed un sacco di gente.
E più si inoltra in questo mondo da incubo più scopre assurdità orribili.
Una grotta grondante sangue è il luogo dove continuano a crescere i bambini che sono stati abortiti (!).
Una sorta di cimitero scuro e grigio accoglie piangenti i morti per cui nessuno prega.

Il finale è un polpettone antiabortista davvero pesante ed esagerato.

Peccato perchè l’idea di base è buona e questo mondo del dimenticato affascinante e ben costruito.
La città fantasma ricorda quei quadri che sfruttano le illusioni visive, così piena di scale che salgono e scendono.

Ed è ottima anche la fotografia e la scelta di tante inquadrature.
La prima è decisamente curata, gioca con attenzione tra colore e bianco e nero, mette insieme dei veri e propri affreschi di un mondo irreale, cupo, oscuro eppure affascinante.
Le inquadrature poi sono spesso forzarte (come piace al bloggante), oggetti che nulla hanno a che vedere con la vicenda si trovano in mezzo e disturbano la vista (bene!).
Primi piani esagerati raccontano le emozioni della ragazza.
Ed anche il montaggio serrato e l’utilizzo di più macchine da presa in diverse scene ha un’ottima resa.

Ed allora perchè Re-cycle non mi è piaciuto?
Perchè la vicenda non si sviluppa oltre l’idea iniziale e soprattutto perchè lo svolgersi degli eventi (pochi) è talmente lento da risultare insostenibile.
Le infinite sequenze senza dialoghi (roba da dieci minuti!) sono la ciliegina marcia sulla torta ammuffita.

Per favore, che qualcuno scriva una storia decente per i fratelli Pang, perchè i due sanno come muovere una macchina da presa!



mar
10
    
Posted (soloparolesparse) in letteratura, recensioni on marzo-10-2010

James Hadley Chase a questo punto non è più una sorpresa per il bloggante, ma un autore di cui leggerò con grande godimento gli altri volumi che ho in libreria.
Colpo a freddo si avvicina più allo stile da noir classico che permeava Sul mio cadavere che non alla complessa struttura narrativa di La carne dell’orchidea.

Chad è un semplice impiegato di banca, che tra l’altro non ama il suo lavoro e lo svolge malamente. Quando però gli capita l’occasione di gestire il conto plurimilionario della giovane e difficile erediteria Vestal non vuole proprio farsela sfuggire.
Inizialmente prova a conquistare la ragazza per entrare nelle sue grazie e sfruttare i ritorni economici del suo lavoro con qualche piccola commissione. Quando però nota che Vestal è follemente innamorata di lui, punta più in alto ed in breve riesce a sposarla.
La vita matrimoniale è però un incubo dato che il suo sentimento è più vicino all’odio che all’amore e se non ci fosse Eve, la segretaria della moglie, sarebbe probabilmente insostenibile.

Il problema è che Eve è talmente affascinante che Chad se ne innamora ricambiato ed i due passano le settimane ad evitare la folle gelosia della signora.
Fino a quando non vengono a conoscenza delle disposizioni testamentarie di Vestal e prendono una decisione drammatica e definitiva.
Direi che vi ho già detto troppo, anche se di colpi di scena in Colpo a freddo ce ne sono ancora a bizzeffe.

Proprio questo continuo cambio di registro, questi voltafaccia improvvisi dei protagonisti, sono la parte più notevole della vicenda messa in piedi da Chase.
Non facciamo in tempo ad affezionarci ad un personaggio, a convincerci di averlo compreso appieno, che questo cambia aspetto, tira fuori il peggio di sè e dimostra che stava fingendo.
Tutti mentono in questo romanzo, tutti hanno un segreto e cercano di nascondere i propri sentimenti.
Non c’è un amore pulito.
Non lo è quello tra Chad e Vestal, non lo è quello tra Chad e Eve, non lo è nemmeno quello tra Eve e Larry.
Personaggi che si scontrano, si incontrano, si scontrano, tornano ad incontrarsi.

Ottima è anche la costruzione narrativa. Un lungo flashback raccontato in prima persona da Chad nel momento in cui confessa un delitto di cui ancora non sappiamo niente, nemmeno chi è la vittima. Sappiamo solo che si tratta di una donna.
Ma il racconto è talmente dettagliato e complesso che presto dimentichiamo i particolari iniziali per farci coinvolgere dall’evoluzione della vicenda.
Particolari che recuperiamo però nel finale, quando tutti i tasselli vanno al loro posto ed il cerchio si chiude.

Ed il finale è davvero un crogiuolo di colpi di scena che ribaltano le situazioni infinite volte in poche decine di pagine rendendo appassionante la storia fino all’ultima riga, quando ancora riusciamo a sorprenderci per l’ultimo colpo di coda.



mar
05
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni on marzo-5-2010

Come sapete, sono in possesso della chiave che apre i cancelli del Sottomondo, l’ho trovata nel libro contenuto nel libro, contenuto nel libro contenuto nel libro magico di Alice.
Così pensavo che fosse la chiave il mezzo per entrare nel mondo di Alice in Wonderland.
Invece mi sbagliavo, il vero pass è il cappello del Cappellaio Matto!

La storia dovreste conoscerla.
Si tratta di una via di mezzo tra i due libri di Lewis Carrol dedicati ad Alice, una via di mezzo che crea una terza vicenda in cui un’Alice di 19 anni (che da 13 anni continua a sognare il Sottomondo) finisce nuovamente per seguire il Bianconiglio nel Paese delle Meraviglie.
Solo che la ragazza crede di essere in uno dei suoi incubi e scopre personaggi che pensa di aver conosciuto solo in sogno.
Si trova lì perchè la Regina Rossa regna malamente su un mondo ormai devastato ed il cartiglio in cui è scritto passato e futuro narra che sarà proprio Alice a sconfiggere il Ciciarampa.
In pratica si trova lì per compiere il destino scritto, così nè lei, nè gli altri hanno spazio di manovra.

Se è vero che tutto è già segnato nel Sottomondo, la nuova avventura serve però ad Alice per rivoluzionare il suo destino nel mondo di sopra.
Lei, destinata a sposare un lord inguardabile, troverà il coraggio per ribellarsi e costruirsi una vita diversa e più vera.

La vicenda è così lineare ed impossibile da spostare dal suo asse che risulta rassicurante. Manca qualsiasi tipo di sorpresa ma questo finisce per non essere un male e lascia chi guarda libero di concentrarsi sugli ambienti e sui toni.
E gli ambienti sono senza dubbio la parte migliore del film (ma anche i personaggi non scherzano!).
Il Sottomondo è molto burtoniano, sia nei colori accesi che in quelle distese inquietanti di distruzione e morte.

E molto di Tim Burton c’è anche nella realizzazione e nella caratterizzazione dei personaggi.
Mia Wasikowska (Alice) è diafana nel mondo reale, di un pallore cadaverico e acquista colore man mano che il suo viaggio si compie e lei prende coscienza di se.
Johnny Depp è devastante e come immaginavo il ruolo del Cappellaio Matto sembra ritagliato sulla sua figura. Istrionico, esagerato, folle. Avevo in realtà paura che l’intero film ruotasse sulla sua figura mentre gli viene ritagliato il suo spazio (ampio ma corretto).
Helena Bonham Carter è una regina rossa davvero notevole. Deformata all’eccesso, è senza dubbio il personaggio più sorprendente. Cerca di essere cattiva sempre e comunque senza mai riuscirci e quel suo “tagliategli la testa” così reiterato (come nell’originale) rimane divertente anche per un un pubblico esperto.
Il personaggio più particolare è forse la Regina Bianca, una Anne Hathaway davvero cadaverica che è la controparte del Cappellaio. Estremamente atteggiata in ogni suo gesto, è però evidente che fa fatica a mantenere il ruolo rigido che si è ritagliata per la sua corte. Ed è devastante ogni volta che trattiene un conato di vomito di fronte alle schifezze che lei stessa compone.

Nella mia classifica dei personaggi metto però in testa lo Stregatto, straordinario sebbene abbia scoperto che la sequenza di cui mi ero innamorato compare solo nel trailer e non nel film, seguito a bella posta dalla Lepre marzolina (folle in maniera esagerata) e dal Cappellaio Matto (sulla cui figura ci sarebbe spazio per un post dedicato, e magari lo preparo).

Sequenza meritevoli.
La battaglia finale su scacchiera è quanto di più simbolico possa esistere ma è grandiosa nel suo risultato finale, sebbene Alice trasformata in Giovanna D’Arco sia la cosa meno bella di tutto il film.
La deliranza liberatoria di Johnny Depp è talmente assurda da risultare delirante (appunto) ed impagabile.

Delusione in parte dal 3D.
Mi aspettavo da Tim Burton un utilizzo esagerato, che puntasse molto a sorprendere (cosa che il trailer lasciava intendere).
Invece sono proprio rari i momenti in cui la sala è coinvolta da qualcosa di importante, per tutto il resto del film il 3D è utilizzato nella sua funzione naturale, di normale tecnica visiva, così come in Avatar, per capirci.
Il risultato è però decisamente inferiore.
L’effetto c’è e non sfigura, ma non è così naturale come nel film di Cameron, mancano quelle profondità e (soprattutto) quelle rotondità così lineari che mi avevano entusiasmato.
Insomma si vede che stiamo guardando un film, lì eravamo su Pandora, qui non siamo in Wonderland (e questo spiega cosa intendeva Cameron parlando di Avatar come del film che avrebbe rivoluzionato il cinema).

Mi fermo qui per non tediarvi oltre, magari ci torneremo.
Chiudo solo con l’inquietante constatazione che le donne che mi hanno accompagnato hanno trovato Johnny Depp estremamente sexy pur essendo lui bianco, con gli incisivi separati, gli occhi verdi ed enormi ed i capelli arancioni!



mar
04
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni on marzo-4-2010

Guardo Deadgirl e scopro che esistono ancora film in grado di stupirmi, di sorprendermi.
E non mi riferisco alle scene violente o al sangue, che non mancano ma non sono certo paragonabili ad altre pellicole. No, no, questa volta mi riferisco all’estremismo del soggetto, al coraggio di Marcel Sarmiento e Gadi Harel di incentrare un intero film su queste premesse.

deadgirl-candice-accola

Ricky e JT tagliano la mattinata scolastica e decidono di entrare in ospedale psichiatrico abbandonato da anni.
Non sono certo i più coraggiosi della scuola e la missione è per loro già una bella dimostrazione.
Capita poi che nei sotterranei, dietro una porta evidentemente chiusa da anni, trovino una ragazza, nuda e legata ad un tavolo.
La ragazza sembra viva, in realtà scoprono presto che si tratta di una specie di zombie chiuso lì dentro chissà quando e chissà da chi.
Fin qui tutto normale (per l’incipit di un horror).
La sorpesa arriva quando i due (almeno uno dei due, l’altro si limita a coprirlo) decidono di non denunciare la scoperta ma di tenere il cadavere vivente (obiettivamente ancora in ottime condizioni) come privata macchina da sesso.
In pratica andranno nei sotterranei a scaricare le loro voglie di sfigati su un corpo che da l’impressione di essere vivo.

Naturalmente la storia evolve, ma non si allontana mai da questo politically incorrect assunto di partenza.
Un soggetto davvero estremo per il modo in cui viene trattato, per quello che viene mostrato.
Un horror che mostra gli aspetti peggiori non in quello che si vede ma nella società in cui è ambientato, una società in cui una scelta così allucinante è accettata, nel corso del film, da ben cinque ragazzi. A nessuno viene in mente di tirarsi indietro e scoperchiare il tutto.

Attenzione allo spoiler.
Ovviamente poi la situazione peggiora e alcuni dei ragazzi, dopo aver scoperto che un morso della ragazza morta può crearne altre uguali, vorrebbero ampliare gli orizzonti.
Ed il finale è devastante con la storia d’amore del protagonista che viene ingurgitata dalla sua voglia di sesso, al punto che Ricky decide di trasformare anche la ragazza che ha inseguito per tutta la vita e che forse potrebbe anche conquistare.
Fine dello spoiler.

deadgirl-jenny-spain

Quindi sesso facile al centro della vicenda, anche se si tratta di sesso non consenziente (addirittura forse è meglio così!).

Ottimo è anche l’ambiente dell’ospedale, una scenografia ben fatta e potenzialmente realistica per un luogo del genere, abbandonato.
E se parliamo di realismo non posso fare a meno di segnalarvi la scena della masturbazione di Ricky che, steso nel suo letto, immagina di fare sesso (anche qui con poca romanticheria) con la ragazza dei suoi sogni. Obiettivamente una delle scene del genere più realistiche di fronte a cui mi sia mai trovato.

E ancora estremamente ben rappresentata la follia di JT, che parte col sembrare un ragazzo qualunque, forse un po’ esagitato, e finisce per trasformarsi in un pazzo completamente accecato dal suo bisogno di sesso, addirittura innamorato di quel corpo a sua disposizione.
Mi rendo conto che raccontare queste cose possa far pensare di trovarsi di fronte ad una parodia, ma Deadgirl è assolutamente drammatico, serio, potente.
Gli effetti speciali sono (quasi sempre) di ottimo livello, e questo concorre a rendere buono il film ma soprattutto a renderlo per nulla ironico.

Tuttavia non manca una sequenza eccezionalmente ridicola che da un po’ di respiro ad una tensione che si mantiene su livelli discreti per tutto il film. La scena del tentativo di rapimento della ragazza è ottimamente costruita e riporta sulla terra due dei ragazzi protagonisti.

Il film in Italia non è mai arrivato e dubito che possa mai trovare una distribuzione con un soggetto del genere, ma se vi capita di trovarlo da qualche parte dategli uno sguardo perchè qualcosa di nuovo riesce davvero a tirarlo fuori.



mar
03
    
Posted (soloparolesparse) in letteratura, recensioni on marzo-3-2010

La seconda tappa del mio viaggio nel mondo di James H. Chase mi dice chiaramente che sarà un viaggio davvero entusiasmante.
Se Sul mio cadavere era un noir perfetto e costruito secondo regole precise e ferree, La carne dell’orchidea è qualcosa di completamente diverso, altro che giallo d’appendice.

Carol, giovane, rossa e bellissima, è rinchiusa in un manicomio per disturbi che la rendono improvvisamente violenta e letale.
In realtà è probabile che non sarebbe lì se non fosse ereditiera di una fortuna immensa così gestita dal suo tutore.
Solo che capita che Carol fugga e (sebbene lei non ne sia consapevole) dopo quindici giorni di libertà tornerebbe ad essere unica titolare dei suoi soldi.
Parte così una caccia alla donna da parte di una serie di individui inquietanti.
C’è l’ospedale che vuole recuperarla su ordine del tutore, c’è una coppia di killer professionisti che vorrebbero entrare in possesso dei soldi, lo stesso vorrebbe fare un professionista della conquista femminile e un giornalista che mira a sistemarsi.
Per fortuna c’è anche Steve che la raccoglia per strada e cerca di aiutarla senza sapere chi sia.

Come vedete una ridda di personaggi che danno vita ad un crogiuolo davvero interessante di vicende.
Quello che però rende La carne dell’orchidea tanto notevole ai miei occhi è che le storie non si intrecciano ma si susseguono una dopo l’altra.
I personaggi che ruotano intorno a Carol entrano in scena uno per volta e pian piano esauriscono il loro ruolo e si fanno da parte (spesso in maniera violenta).
Non facciamo in tempo ad affezionarci ad un personaggio, a credere che sia il protagonista maschile della vicenda ed ecco che Chase lo spazza via con violenza.
In pratica assistiamo ad una serie di avventure successive che potrebbero dar vita a libri diversi.
E l’effetto di questa soluzione è un libro di ampio respiro, pieno di personaggi interessanti che si evolvono e cambiano ruolo.

Naturalmente è Carol ad evolvere più di tutti.
La incontriamo come debole e timorosa ospite di un manicomio e finiamo per trovarla come vendicatrice fredda e letale che nemmeno la sposa di Kill Bill.

E non sono da meno i personaggi di contorno, vari, pieni di sfaccettature, curiosi.
Non ci sono personaggi fissi, senza drammi interiori.
I buoni rischiano di diventare cattivi, chi parte per pura voglia di guadagno finisce per schierarsi dalla parte della ragazza.
Nota di merito per i fratelli Sullivan, spietati killer professionisti, specializzati nell’uso dei coltelli (visto che arrivano da un circo) e Miss Molly, che di quel circo era la donna barbuta e si trova a svolgere un ruolo fondamentale, vedendo nella sofferenza di Carol lo specchio di quello che lei ha patito nella sua vita.

Consigliatissimo.