Sei un amante del maestro Hayao Miyazaki?
Ti piacciono i manga e la cultura giapponese?

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Archive for the ‘seconda visione’ Category

ago
20
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on agosto-20-2010

Il Dracula di Tod Browning, quello del 1931 per capirci, nasconde tante di quelle curiosità che potremmo stare qui a parlarne per ore.
Così facciamo che non vi racconto la trama, che si presume conosciate, e passiamo direttamente al cuore del film (ed anche al contorno).

Della trama vi basti sapere che per motivi di budget non segue direttamente quella del libro di Bram Stoker ma è molto più vicina allo spettacolo teatrale che trionfò per anni a Broadway.
Il che vuol sostanzialmente dire che il signor Renfield ha una parte decisamente maggiore nella vicenda ed è lui che seguiamo nel viaggio in Transilvania.
John Harker è relegato ad un ruolo decisamente secondario.

Protagonista della piece teatrale fu un attore ungherese praticamente sconosciuto.
Un accento decisamente europeo, una gestualità esagerata ed un volto di ghiaccio lo fecero preferire agli altri candidati.
Il suo nome era Bela Lugosi.
Quando però la Universal si mosse per realizzare il film, Lugosi non fu certo la prima scelta (nonostante l’incredibile successo dello spettacolo).
Si pensò prima ovviamente a Lon Chaney, che però in quegli anni stava pagando il passaggio al sonoro, poi ad altri nomi, alla fine si ripiegò per Lugosi.
E fu la scelta migliore per tutti, se è vero che da quel momento Bela Lugosi è diventato Dracula per tutti, interpretandolo miriadi di volte e finendo per essere addirittura sepolto col mantello.

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ago
18
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on agosto-18-2010

L’uomo invisibile nasce dal grande successo di Frankenstein, successo talmente condiviso che la Universal (che da questo momento inaugura la sua sequela di mostri) lascia carta bianca a James Whale, cosa per niente usuale per un ragista in quegli anni.

Ed il lavoro che Whale mette insieme è qualcosa di indimenticabile, a partire… ma prima due parole sulla trama.

La narrazione rispecchia abbastanza il romanzo di H.G.Welles, che del resto compare tra gli sceneggiatori e mise diversi paletti.
Griffin è uno scenziato che in segreto ha lavorato su un siero che rende invisibili.
La cosa ha funzionato a tal punto che l’uomo diventa completamente invisibile e così si nasconde in un paesino, abbandonando colleghi e fidanzata, per trovare l’antidoto che gli permetta di riacquistare corporeità.

Qui però le cose vanno malaccio e gli abitanti del paese lo scoprono e vorrebbero cacciarlo.
Anche perchè Griffin è completamente uscito di testa ed è convinto di poter conquistare il mondo.
La caccia all’uomo (invisibile) che si scatena è imponente e si concluderà in maniera tragica (ma del resto in pochi giorni Griffin è riuscito a provocare oltre cento morti).

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ago
13
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on agosto-13-2010

Il fantasma dell’Opera è forse la storia che conta più trasposizioni cinematografiche in assoluto.
IMDb ne conta addirittura 20, la Universal da sola ne ha realizzate ben 3 (che diventano 4 se consideriamo la sonorizzazione del 1903 – comunque uscita in sala – del film con Lon Chaney del 1925).

La versione diretta da Arthur Lubin nel 1943 è sicuramente quella con meno aspetti horror ma ha una sequela di altri pregi che me la fanno comunque amare senza condizioni.

La storia si allontana un po’ dalla vicenda originale raccontata nel romanzo di Gaston Leroux.
Buona parte della vicenda è dedicata ai giorni in cui il fantasma nasce, alla storia di Erique Claudin, violinista all’Opera di Parigi che soffre di artrite ed è costretto a smettere.
Da sempre protegge in segreto la giovane cantante Christine e la perdita del lavoro lo spinge a provare a vendere il concerto che ha scritto per raccogliere i soldi che gli servono per le lezioni della ragazza.
Un disguido lo porta ad uccidere l’editore ed esce dallo scontro col volto sfigurato.

Da qui parte la sua avventura di fantasma. Si nasconde nei sotterranei che conosce tanto bene e trasforma la sua protezione nei confronti di Christine in qualcosa di morboso e terribile… eliminando tutti quelli che provano ad ostacolarlo.

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ago
11
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on agosto-11-2010

L’estate serve anche a guardare vecchi film di cui uno sa tutto ma che non è mai riuscito a guardare.
Così ho approfittato per mettere nel lettore uno dei dvd della mia splendida Legacy Monster Collection della Universal.

Il mostro della Laguna Nera.
A parte il fatto che i contenuti speciali sono davvero notevoli e vanno dal trailer storico, ad uno speciale sulla realizzazione dei due (che poi erano tre) costumi della creatura, all’intero film commentato con una serie infinita di curiosità…

A parte questo, rimane il film diretto da Jack Arnold che è senz’altro un capolavoro della fantascienza, dell’horror e del cinema tutto.

Un gruppetto ristretto di scienziati è sul Rio delle Amazzoni a studiare i pesci per capire gli uomini.
La sorte vuole che si imabattano proprio nell’anello di congiunzione (che alla fine del film crediamo esistere realmente): un temibilissimo uomo pesce.
La creatura (il mostro) è imponente, potente, fortissimo e come tutti gli animali reagisce all’occupazione del proprio ambiente naturale distruggendo tutto.
Però ha anche qualcosa di umano, ed allora ecco che si innamora della splendida Julie Adams e prova a rapirla.

Il mostro della Laguna Nera fu una rivoluzione senza precedenti.
Cavalcando l’onda del 3D imperante in quegli anni (prima ondata, poi seguita da quella degli anni ’80 e da quella attuale), fu il primo film subacqueo in tre dimensioni, e la cosa non mancò di affasdcinare gli spettatori del 1954.

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lug
20
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on luglio-20-2010

Alex Infascelli ha girato un ottimo film (Almost Blue) e qualche buona pellicola.
Il siero della vanità appartiene a questa seconda schiera, mancando completamente di quel tocco di novità e sorpresa che faceva di Almost Blue un titolo da ricordare.

Luisa è un poliziotto che ha preso parte ad un’operazione fallimentare in cui hanno perso la vita un collega ed un ostaggio.
Dopo due anni porta ancora sul corpo e nella mente i segni di quell’avventura.
Si trova però invischiata in un nuovo caso, la sparizione contemporanea di una serie di personaggi famosi.
A tirarla di nuovo sulla barca è Franco, che quel giorno era con lei.

Luisa riesce a scoprire che tutti gli scomparsi avevano partecipato dieci anni prima ad una puntata del famoso show di Sonia Norton ed è in quella trasmissione che dovrà trovare la soluzione del giallo.
Il suo sarà un viaggio nello squallore della società dell’arrivismo e dello spettacolo a tutti i costi dal quale ne uscirà (ovviamente) vincitrice.

Per una volta Margherita Buy non è una signora complessata e piena di fobie ma una poliziotta… complessata e piena di fobie.
La vicenda porterà però ad un evoluzione del personaggio che alla fine ne esce come una specie di Bruce Willis (o Mel Gibson, se preferite) sporca, senza lodi e in lotta con i poteri forti e la società.

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mag
11
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on maggio-11-2010

Se Hostel era un ottimo horror con vette di splatter davvero notevoli, Hostel 2 ripercorre le tracce del primo e Eli Roth regala chicche di una fantasia straordinaria.
Attenzione, perchè il post che segue è pieno zeppo di spoiler!

Si riparte lì dove ci si era fermati, con il ragazzo superstite del primo film che cerca di riorganizzarsi una vita.
Il racconto alla polizia è solo un incubo ma è la scusa per riassumere quanto successo in Hostel.
La sua presenza dura però poco perchè lo fanno fuori e tanti saluti al sequel: da questo momento in poi siamo in una storia diversa… o meglio, nella stessa storia ma con protagonisti diversi.

Al centro della vicenda questa volta ci sono tre ragazze, studentesse di arte che da Roma si spostano a Praga per raggiungere poi il paesino malefico.
Il viaggio sul Roma-Praga è il festival delle ovvietà. Il treno è zeppo di tifosi della Roma in trasferta e si viaggia tra cori da stadio, droga e violenza.
Le tre ragazze si isolano nel loro scompartimento e diventano quattro con l’aggiunta di una modella slovacca che le guiderà verso l’incubo.
Quando entriamo nell’ostello è un po’ come trovarci a casa, visto che la prima cosa che notiamo è la televisione che trasmette (di nuovo!) Pulp Fiction in slovacco.

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mag
04
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on maggio-4-2010

Avevo una grave mancanza (tra le altre) nelle mie conoscenze cinematografiche degli ultimi anni che sentivo il bisogno di colmare.
Così ho recuperato guardando Hostel (e Hostel 2).

Davvero notevole il film di Eli Roth, splatter puro e duro dopo aver giocato con lo spettatore per quasi quaranta minuti.

Tre ragazzi sono ad Amsterdam per i motivi per cui la leggenda vuole che si vada ad Amsterdam: droga e sesso.
Il panorama offre soprattutto la prima delle due necessità così i tre, su invito di un ragazzo vagamente inquietante, decidono di spostarsi in Slovacchia.
E qui effettivamente l’ostello indicato offre quanto i tre cercano. Ragazze giovani, bellissime e disposte a scorribande sessuali.

Per più di mezz’ora Roth ci fa credere di essere in uno di quei film il cui unico scopo è di mostrare tette e giovani culi (cosa che viene fatta con innegabile prodigalità).
I ragazzi si danno al sesso, alla musica, sembrano divertirsi come matti.
Solo dopo una trentina di minuti iniziamo a comprendere che qualcosa non funziona.
Strani discorsi, un curioso ed inquietante personaggio, poi uno dei tre scompare e di lui non sappiamo più niente per un pezzo.

Ma è solo quando scompare anche il secondo che seguiamo il suo viaggio nell’incubo e scopriamo dove va a finire.
Attenzione allo spoiler totale.
La cittadina ha messo in piedi un servizio per ricchissimi e folli sadici. Una grossa organizzazione rende disponibili ragazzi e ragazze rapite perchè i clienti possano torturarli e ucciderli come meglio preferiscono.
Gli abitanti del paese (comprese le ragazze dell’ostello) vengono pagati per fornire carne viva, soprattutto turisti.
Fine dello spoiler.

Da questo momento in poi Hostel èn un tuffo verticale nell’orrore puro.
Splatter limpido e terrorizzante, perchè si uccide senza motivo, per il gusto ed il piacere di farlo.
Ma soprattutto si tortura per uccidere e Roth si diverte a presentarci infinite soluzioni e strumenti con cui i mostri in questione portano a termine le loro opere.
Dita tranciate, tendini recisi, seghe elettriche, fiamme ossidriche, trapani, non manca assolutamente nulla nel panorama degli strumenti di tortura moderni.

Il film è ricco anche di curiosità e momenti da godersi.
Ovvia la citazione tarantiniana quando nell’ostello si guarda Pulp Fiction in una improbabile versione slovacca (Tarantino è produttore del film).
Inquietante la banda di bambini che rappresenta il primo momento difficile del viaggio e che ricoprirà un ruolo importante (e drammaticamente ironico) nel finale.
E per noi italiani c’è anche il gusto di ascoltare una versione slovacca (?) di Stella stai di Tozzi, passata a tutto volume in discoteca.

Curiosità a parte, la forza di Hostel è nella violenza delle torture e delle mutilazioni, così come nelle reazioni verosimili delle vittime che senza via di mezzo scoppiano a piangere disperate e non di raro vomitano anche l’anima sconvolti dal terrore.
Nota di merito per la fabbrica dismessa, splendente luogo delle torture.

Giudizio sintetico: straordinario ma assolutamente per stomachi forti.



gen
19
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on gennaio-19-2010

La cosa buona è che ogni tanto alcune reti televisive hanno la brillante idea di trasmettere una serie di film legati tra loro da qualcosa.
Quella poco buona è che seguire un film su Italia1 (anzi tre film in questo caso) diventa una corsa ad ostacoli tra le varie interruzioni pubblicitarie, ed ora che il digitale terrestre ha introdotto canali come RaiSat Cinema ammetto di aver perso l’abitudine a questo abominio.

franka-potente-bourne-matt-damon

Jason Bourne nasce dalla fantasia di Robert Ludlum, autore di ottimi thriller e romanzi di spionaggio in genere.
Il personaggio al cinema è interpretato da Matt Damon ed ha presto preso una vita propria.

In poche parole Jason viene ripescato da un peschereccio ed è completamente senza memoria. Non sa chi è, come si chiama ne che lavoro fa. Si rende però presto conto di avere capacità fuori dal comune e decide di scoprire la sua identità.
Scopre così di essere un agente di un corpo speciale della CIA, addestrato ad uccidere. E scopre anche di essere un pericolo per l’agenzia, che sta provando ad eliminarlo. Da qui partono una serie di avventure con Bourne in fuga ed alla ricerca di se stesso.

Se The Bourne identity ha perlomeno sviluppato ampiamente tutta la parte sulla ricerca della propria identità, i restanti due capitoli non sono altro che dei buoni thriller stracolmi di azione dal primo all’ultimo minuto.
Se vi piaciono gli inseguimenti avrete di che godere, ma se soffrite di emicrania vi consiglio di stare lontani dalla serie (per lo meno dai due episodi diretti da Paul Greengrass) perchè i suddetti inseguimenti sono montati ad un ritmo insostenibile, con tagli di montaggio talmente serrati che la scena della doccia di Hitchcock al confronto sembra essere girata in pianosequenza.

A parte questo eccesso la serie è però godibile, la ricerca della verità ben costruita e capace di tenere viva l’attenzione, i personaggi discretamente caratterizzati.
Matt Damon a parte (inevitabilmente legato al personaggio) trovo molto affascinante Franka Potente, compagna di avventure di Bourne nel primo film e motivo scatente il ritorno in azione dell’agente speciale. La Potente è sensuale pur non essendo una bellezza classica ed è brava a rendere un ruolo non facile.
Discorso a parte per Julia Stiles, che riesce a comparire in tutti e tre gli episodi senza mai diventare un personaggio di primo piano (cosa che personalmente continuo ad aspettarmi ad ogni cambio di scena).
E, cosa ancora più sorprendente, senza nemmeno scambiare un bacino con Bourne.
La Stiles è brava ed il suo viso paffuto è sorprendentemente sexy.

E poi nel terzo episodio c’è una sequenza di quasi un minuto girata in piazza San Carlo a Torino…

Mi fermo qui in attesa di sapere se i rumors di questi giorni, che vogliono sulla rampa di partenza un quarto film sulla saga di Jason Bourne, troveranno conferma.