Un mese di tempo per vincere un libro... dei tre messi in palio.

Un contest semplice e veloce per vincere subito.

Naturalmente si parla anche di cinema.

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Archive for the ‘seconda visione’ Category

lug
28
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on luglio-28-2009

I film in costume non sono la mia passione, e non lo sono al punto che Barry Lindon è il titolo di Stanley Kubrick che meno mi piace della sua fantastica filmografia.
Subisco però un fascino inspiegabile da parte dei film ambientati nella seconda metà dell’800, sarà forse che si affacciano verso un secolo che conosco meglio e che spesso rendono bene quel momento di passaggio tra la tradizione romantica e le scoperte del ’900.

Questo The illusionist – L’illusionista (il titolo italiano tiene in piedi anche quello originale) appartiene proprio a questa schiera e lo fa con buoni meriti.
Intendiamoci, non siamo di fronte ad un qualcosa di indimenticabile ma l’insieme della vicenda è molto godibile e l’intreccio scorre via veloce tenendo lo spettatore ben incollato all’evolversi della storia.

theillusionist

Edward è figlio di ebanista ma un incontro con un misterioso personaggio lo introduce verso l’arte dell’illusionismo.
Succede poi che il ragazzo si innamori, ricambiato della bella Sophie, figlia di un conte ungherese. L’amore tra i due ragazzi è inevitabilmente osteggiato e lui è costretto a fuggire.
Lo ritroviamo a Vienna 15 anni dopo, grande illusionista col nome di Eisenheim, capace di riempire il teatro tutte le sere.
Ed a teatro capita anche il Principee ereditario all’Impero, inevitabilmente fidanzato con Sophie. L’amore torna presto a sbocciare e lei (attenzione che qui vado a raccontare pezzi di vicenda che dovreste scoprire durante il film) e i due decidono di scappare e smontare il piano del futuro imperatore per rovesciare il padre.

A questo punto la vicenda diventa poliziesca in tutto e per tutto.
Sophie viene uccisa dal fidanzato geloso e l’ispettore Uhl indaga ritenendo colpevole Edward.
Arrivo al dunque (di nuovo frase da saltare se volete godervi il film) rivelandovi il finale: la morte della ragazza e la colpevolezza del principe sono il capolavoro illusionistico di Edward che riesce finalmente a mantenere la promessa mancata quindici anni prima: far sparire lei e Sophie.

Come detto Neil Burger mette insieme un buon film e riesce a creare atmosfere sul filo del romantico.
Molto ben fatta ho trovato la parte iniziale col racconto del rapporto tra i due ragazzini, per lo stile con cui è realizzata.
Ed è paragonabile ad un bel dipinto la scena d’amore tra Edward (Edward Norton) e Sophie (Jessica Biel), raccontata tramite una serie di dettagli dei corpi nudi a contatto tra loro. Si riesce facilmente a intuire la passione, la voglia, l’attesa per quell’incontro molto fisico rimandato per quindici anni.

Edward Norton è molto austero nel ruolo, la Biel non ha in realtà scene granchè impegnative ma è come sempre molto bella. L’interpretazione da segnalare è quella di Paul Giamatti, molto adatto nell’interpretare i dubbi e i contrasti dell’ispettore, partito come spalla del principe e pian piano convertito dal fascino dei due amanti e dalle colpe dell’erede, fino a convincersi della necessità di rinunciare ad una carriera gloriosa per amore di giustizia e per il bene dell’Impero austriaco.

Ultima nota, e mi scuserete se mi sono dilungato: molto affascinanti anche le scene con le illusioni in teatro, facile immaginare come trucchi anche molto più semplici potevano sconvolgere gli spettatori dell’epoca.



lug
16
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on luglio-16-2009

Se avete occasione di parlare con Claudio Bisio di cinema non mancherà di dirvi che lui è un Attore Premio Oscar.
E non vi sta raccontando una palla. Già perchè tra gli otto soldati italiani protagonisti di Mediterraneo troviamo anche lui.

E Mediterrano vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1992 compiendo così almeno un paio di miracoli cinematografici.
Prima di tutto il lancio (inevitabile) a livello mondiale di Gabriele Salvatores, che fino a quel momento aveva fatto due ottimi film come Marrakesch Express e Turnè ma senza raggiungere la consacrazione.
E poi il rilancio definitivo come attore drammatico di Diego Abatantuono che riesce finalmente a sganciarsi dal ruolo del terrunciello che tanto successo gli aveva portato negli anni 80 e del quale non ha mai comunque rinnegato (giustamente) nulla.

mediterraneo

Un manipolo di soldati italiani sbarca su una piccola isola greca (si tratta di Megisti/Kastellorizo ma se non sbaglio nel film non ha nome) per prenderne possesso militarmente. Sull’isola, dopo l’occupazione tedesca, sono rimasti solo donne, vecchi e bambini e gli italiani non sembrano intenzionati ad operazioni ostili. Anzi si integrano perfettamente nella vita locale tanto da non accorgersi nemmeno dell’armistizio fino all’arrivo di un solitario aereo che li riporta alla realtà e al paese natio.

Oscar a parte, il film è un affresco straordinario di una situazione che durante la Seconda Guerra Mondiale deve essersi ripetuta in più parti dell’Europa, se consideriamo che vicende simili sono raccontate in tanti altri film (Il mandolino del Capitano Corelli e I due colonnelli giusto per fare due titoli).
I soldati italiani sono ragazzi che in guerra non ci sarebbero voluti andare e sono più attratti dalle ragazze (e da una storica partita a pallone sulla spiaggia) che non dai doveri militari.
I personaggi che Salvatores mette in scena sono caratterizzati in maniera evidente e molto ben riuscita tanto da ritagliarsi ognuno un ruolo ben preciso nella vicenda.
E naturalmente non posso esimermi dal segnalare l’ambientazione da sogno, palcoscenico adatto più ad una vita serena e con problemi quotidiani che non a situazioni da guerra. Guerra che infatti in Mediterraneo si affaccia solo di riflesso, con notizie che arrivano (con grande ritardo) via mare.

Ma la vicenda raccontata è anche la storia di una fuga. Una fuga dalla propria vita, o meglio una fuga dalla nuova vita che i ragazzi trovano al loro ritorno in Italia. Il dopoguerra è talmente drammatico, talmente difficile, che la reazione incontrollabile per alcuni di loro è quella di mitizzare l’isola e decidere di trasferirsi definitivamente in un mondo diverso, più sereno e lontano dal dramma della ricostruzione.



lug
09
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione, torino on luglio-9-2009

Una proiezione di Profondo rosso in piazza CLN a Torino credo sia paragonabile solo ad un concerto di Pino Daniele in piazza Plebiscito a Napoli.
Ed infatti davanti allo schermo c’erano decine di migliaia di persone (diciamo 30.000?) che colmavano la piazza e trasformavano via Roma nella sala cinematografica più lunga e grande del mondo.

profondo-rosso

Andiamo con ordine.
L’evento è l’apertura del Traffic Free Festival artisticamente diretto da Max Casacci (Subsonica) (a proposito, da stasera si comincia sul serio) e prevede la proiezione di Profondo Rosso musicato dal vivo da Claudio Simonetti e dai suoi Daemonia, attuale versione degli storici Goblin.
Arrivo in piazza giusto in tempo per scontrarmi (non metaforicamente) con Dario Argento che a fatica cerca di raggiungere il palco per introdurre il film e la band di Simonetti.
Credo che Torino sia l’unica città al mondo dove un regista viene accolto con un tripudio simile, ed ogni volta (e ieri sera nessuna eccezione) Argento non perde occasione per dichiarare il suo amore per la città, per l’architettura, per le donne, per gli uomini, per le strade. In un delirio da superstar innamorata dichiara, che se vogliamo, lui a Torino ci si trasferisce proprio.
Ovazione in piazza.

Poi parte il film, immediatamente interrotto da un boato quando Simonetti attacca il main theme del film, quella tastiera che sputa fuori uno dei brani più famosi al mondo.
E non mancano applausi “a schermo aperto” quando la macchina da presa di Argento inquadra a volo d’angelo proprio quella piazza CLN in cui ci troviamo, ma lo fa 34 anni prima. Se mi credete, vedere la fontana del Po inquadrata dalla stessa identica posizione in cui mi trovo nel preciso momento in cui guardo il film è un’emozione non da poco.
E gli applausi e i boati in piazza non mancano nemmeno per gli omicidi più efferati del film (ma a questo Argento dovrebbe essere abituato, per lo meno a Torino, avendo assistito io stesso alla proiezione del suo Pelts durante un Torino Film Festival con lui in sala).
La piazza è uno stadio, del film si capisce poco, ma tanto dubito che ci sia anche una sola persona lì in mezzo che non l’abbia mai visto. E non fa mancare i suoi applausi neanche Enrico Lo Verso, che segue il film in piedi a due passi dal sottoscritto.

E la recensione del film?
Starete mica scherzando?
Profondo rosso è il cinema (non solo quello horror)!
La storia, l’intrigo, la ricerca dell’assassino, la suspance che si trasforma in terrore. E poi le inquadrature, quelle volanti di piazza CLN, quelle in carrellate esagerate, quelle in super dettaglio degli oggetti maneggiati dall’assassino. E ancora gli zoom spezzettati sui volti di David Hemmings e Clara Calamai.
Gli effetti speciali degli omicidi, il sangue esagerato, la fantasia degli omicidi stessi. Ma anche l’ironia di alcune scene (le telefonate tra Hemmings e Daria Nicolodi, il personaggio di Glauco Mauri).
E la follia incredibile della stessa Clara Calamai.
E quel bar che è come se fosse un quadro, fermo, statico, immobile (inesistente).
E quella genialata del viso riflesso nello specchio (che provoca in piazza alzate di dita ad indicare lo schermo) e quel pupazzo ghignante (che Simonetti si porta dietro come mascotte in giro per il mondo).
E naturalmente le musiche (del resto, ieri sera eravamo lì per quello).
Devo aggiungere altro?
Se volete possiamo ricordare il personaggio terribile della bambina, o quello durissimo di Gabriele Lavia.
O ancora le riprese di villa Scott, che davvero hanno fatto scuola nel cinema successivo.

E chi se ne frega se la copia del film portata da Simonetti (“ha i titoli in inglese perchè ho scelto la più bella esistente al mondo!”) non solo avanza a scattini ma ha addirittura l’audio decisamente fuori sincrono… che nemmeno Enrico Ghezzi.



lug
07
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on luglio-7-2009

Capita che ti avvicini con un certo timore ad un film in cui recita anche Riccardo Scamarcio.
Però la regia è di Daniele Luchetti, la storia è intrigante, il romanzo da cui è tratto (Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi) è bello spesso.
Finisce che il film lo guardi lo stesso.

mio-fratello-e-figlio-unico

E Mio fratello è figlio unico ti dimostra che non hai sbagliato.
Accio è il terzo figlio di una famiglia di operai negli anni sessanta, il fratello maggiore è impegnato nella lotta comunista. Lui però entra in contatto con un venditore di tela che rimpiange il duce ed è iscritto all’MSI. Così il ragazzo diventa un fascista convinto, partecipa alle manifestazioni, si scontra con i comunisti ed inevitabilmente col fratello.
Poi però la situazione si fa pesante, i suoi camerati lo invitano ad azioni sempre più violente, sempre più ingiuste e lui fa marcia indietro, strappa la tessera e pian piano si accorge che le sue idee (questo bisogno incancellabile di battersi per gli ultimi) sono molto più vicine a quelle comuniste del fratello… e si schiera attivamente dall’altra parte.

Luchetti ha fatto centro ancora una volta. Il film è ottimamente raccontato, la storia non è per niente facile. Far venir fuori l’animo ditormentato di Accio è roba seria. Il suo amore per Francesca è sincero e puro, ma deve scontrarsi con il fratello anche per lei.
Ed Elio Germano è bravissimo in questo ruolo così complesso e articolato.
La sua romanità è parte integrante del personaggio.

E funziona alla grande anche Angela Finocchiaro nel ruolo della madre dei due opposti fratelli. Una madre che soffre, come altre madri, e cerca di nascondere il dolore in una cattiveria che non le appartiene.
Ottimo anche Luca Zingaretti, fascista convinto e forse deluso dalla vita. Il ruolo non sembra tagliato per le sue corde ma lui ci si muove alla grande e lo rende correttamente sul filo tra il positivo ed il negativo.
E il dolcissimo volto di Diane Fleri caratterizza la giovane Francesca, divisa tra l’amore per Manrico Scamarcio (nonstante tutte le sue contraddizioni) e la ricerca di aiuto nell’animo buono di Accio Germano. Anche lei rende al meglio.

Poi però…
Poi però c’è Scamarcio.
E credetemi se vi dico che in questo film la sua recitazione monotòna, il suo volto molto poco espressivo sono pecche gravi che tolgono grande potenzialità ad un lavoro di altissimo valore artistico e storico.
Perchè, Luchetti?
Perchè proprio Scamarcio?



lug
06
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on luglio-6-2009

Quella che segue potrebbe sembrare una recensione entusiasta ed allora è bene mettere le mani avanti: After the sunset non è un film magnifico, non è un capolavoro e non è nemmeno indimenticabile.

salma-hayek

Tuttavia è un buon film, di quelli che potremmo definire “senza nulla a pretendere”.
Azione, intrigo, movimento, belle donne, un minimo di trama che si annoda su se stessa e funziona nonostante alcuni cali evidenti (il filo rosso da tagliare e il poliziotto che alla prima immersione scandaglia una nave affondata sono momenti involontariamente comici).

Max e Lola sono due super ladri specializzati in diamanti, ma dopo anni di successi decidono di ritirarsi su una splendida isola caraibica.
Solo che qui incontrano l’agente dell’FBI che da anni li segue invano e scoprono (?) che sull’isola fa tappa un transatlantico che trasporta un diamante fantastico. Guarda caso proprio quello che manca alla collezione di Max.
Ed il super ladro proprio non riesce a resistere alla tentazione, nonostatnte questo metta a serio rischio il suo rapporto con la bella.

Il film è divertente, l’intrigo nasconde continuamente il pensiero del ladro (un Pierce Brosnan elegante e molto vicino al suo mentore non ufficiale Sean Connery) e lascia in dubbio fino alla fine alcuni aspetti della vicenda.
Molto gustoso è il rapporto di amore-odio tra il ladro e l’agente. E nel ruolo Woody Harrelson è sorprendentemente efficace sempre sul filo tra la furbizia e il crollo nel ridicolo. I due sono rivali ma Brosnan gioca come il gatto col topo salvo difenderlo nei momenti di difficoltà.

E naturalmente sensuale è Salma Hayek, una sorta di Margot Lupiniana, estremamente sexy, intelligente e molto più razionale del compagno. Innamorata al punto di coprirlo sempre e comunque ma in lotta con le sue scelte e la voglia di una nuova vita. Lei ha già scelto tra i tramonti e i diamanti, ora deve però conquistare definitivamente anche Max.

Ma il finale?
Sarà stato Max a rubare il diamante? Per un momento sembra che Brett Ratner (discreta ed elegante la sua regia) voglia lasciarci il dubbio, ma la fina sarà molto chiara.

(foto tratta da screenrush)



lug
02
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on luglio-2-2009

Un titolo del genere non fa presagire nulla di buono.
Uno si aspetta un drammone sentimentale con lui e lei che litigano, grossi pianti, tradimenti e amore che torna a sbocciare nel finale.

vento-del-perdono

Invece Il vento del perdono (ma il titolo originale è An unfinished life) è tutt’altro, sia dal punto di vista del soggetto che della qualità del film.
Lei fugge con la figlia dal fidanzato violento e va a rifugiarsi dall’ex suocero, un Robert Redford burbero e solitario che vive in un paesino isolato.
Lei (Jennifer Lopez) non è ben accolta perchè ritenuta responsabile della morte dell’ex marito dal vecchio, che tra l’altro nemmeno sa dell’esistenza di una nipote.
Con Redford vive anche Morgan Freeman, reso invalido dall’attacco di un orso e amorevolmente accudito dal finto burbero Redford.
Il rapporto tra nuora e suocero non migliora, mentre diventa ottimo quello tra nonna e nipote.
Un sacco di cose succederanno per rendere avvincente la vicenda.

Va bene… il mio riassunto fa schifo, ma serve giusto a dare un idea.
Quello che conta è la straordinaria interpretazione del duo Redford-Freeman, che fanno pesare l’età in maniera eccellente e regalano due ruoli misurati e pacati, straordinariamente efficaci. Burbero e duramente provato dalla vita il primo, più sereno, (forse) più rassegnato il secondo, sebbene anche a lui la vita non abbia riservato grosse soddisfazioni.
E nemmeno Jennifer Lopez sfigura in un ruolo che riesce a fare suo in maniera sufficiente, forse perchè (per una volta) non è incentrato sul suo culo ma sull’interpretazione.
Intendiamoci… non è indimenticabile ma rende bene il ruolo, forse meglio che in qualunque altra pellicola.

E poi c’è la regia di Lasse Hallstrom, come sempre capace di sfruttare alla grande gli ambienti, trasformandoli in veri e propri personaggi in grado di parlare e interagire. Le distese montane del Wyoming non fanno solo da sfondo alla vicenda, ne entrano a far parte in maniera prepotente con i loro spazi, i loro silenzi, la loro pacatezza, i loro colori rassicuranti, ma anche con i segreti che può custodire un paese montano con pochi abitanti in cui tutti si conoscono.

Forse avrebbe meritato la visione su grande schermo.



giu
26
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on giugno-26-2009

La mania italiana di appiattire i titoli dei film cercando di farli sembrare uno il sequel dell’altro non risparmia nemmeno questa modesta pellicola e così First daughter (titolo già bruttino di suo) diventa un improponibile Una teenager alla casa bianca.

kathie-holmes

La storia è semplice e scontata.
Samantha è la figlia del Presidente degli Stati Uniti ma vorrebbe andare al college come una ragazza normale. Il padre la accontenta ma la circonda di una schiera di guardie del corpo che le rendono impossibile la normale vita universitaria.
Vita universitaria che tra l’altro sembra limitata a feste e festini, ragazzi nascosti in camera e poche (anzi una) lezioni.
Non mancano la compagna di stanza nera e disinibita che vorrebbe continuamente portarla fuori dalla retta via (ma che poi si rivela amica sincera) ed il giovane e sportivo James di cui Sam inevitabilmente si innamora (salvo scoprire che anche lui è un agente segreto piazzato lì per la sua difesa).

Il film gira intorno a Katie Holmes che a dire il vero sembra più vecchia della sua vera età ed abbondantemente fuori tempo massimo per il college.
Le espressioni e la capacità interpretativa della signora Cruise sono quelle che sono e non lasciano certo un segno indelebile nello spettatore.
Stesso discorso per Michael Keaton, Presidente onesto (?) e affascinante che subisce il suo ruolo e deve districarsi nel doppio ruolo Presidente-padre fallendo in maniera abbastanza clamorosa.
Alla fine chi ne esce meglio è la cantante Amerie che interpreta brillantemente l’amica che si immola per la felicità della figlia del Presidente e riesce a dare qualcosa in più (sarà che io sono innamorato dei ruoli molto caratterizzati!).

Deludente anche la regia di Forest Whitaker, molto più incisivo come attore che non come director.
Le sue scelte si limitano ad una serie stucchevole di inquadrature sui personaggi con cambio di location e di scena alle loro spalle. Può darsi che l’idea sia quella di disturbare lo spettatore ma alla seconda volta il risultato è di noia e di mancanza di idee.

Motivi per vedere il film?
Nessuno… a meno che non vi interessi Katie Holmes in costume da bagno.



giu
22
    
Posted (soloparolesparse) in cinema, recensioni, seconda visione on giugno-22-2009

Pellicola semi avventurosa “senza nulla a pretendere”.
Sei giorni, sette notti non lascia grandi sensazioni e Ivan Reitman, inutile dirlo, ha fatto di meglio.

sei-giorni-sette-notti

Harrison Ford è uno scalcinato pilota d’aerei con un passato glorioso, ma dopo una delusione amorosa si ritira a fare il traghettatore volante verso una serie di isolette.
Su una di queste arrivano David Schwimmer e Anne Heche per una settimana di vacanza che ridoni vigore al loro rapporto.
Lei è però costretta a tornare urgentemente a New York e a guidarla sarà Ford.
Inevitabile fortunale e naufragio su una delle altre isole (ovviamente disabitata). Il resto potete facilmente immaginarlo da soli.

Considerazioni sparse.
Schwimmer è una macchietta che da al suo personaggio le stesse identiche caratteristiche del Ross di Friends. Ma mentre nel serial tv è divertente, qui finisce per fare una figura magra e involontariamente comica.
La Heche è decisamente sexy ma la figura della bionda persa nella natura incontaminata e selvaggia è roba antica e qui funziona decisamente meno che altrove.
Il film si snoda moscio e senza sussulti fino a quando i due naufraghi diventano tali. A quel punto Harrison Ford tira fuori il suo costume da Indiana Jones e trascina la bella in una serie di situazioni estreme tra le più classiche, comprese l’attacco dei pirati ed il salto in mare da un faraglione.

Tutto da buttare?
Non tutto… le location sono fantastiche e vien voglia di seguire i due amanti su quelle isole.
Non (sia ben inteso) nel mega villaggio serviti e riveriti, proprio nel cuore più selvaggio di quella foresta in cui incontrano serpenti e maiali, ma nella quale godono anche di cascate e spiagge favolose.