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Posted (soloparolesparse) in recensioni, teatro, torino on febbraio-2-2009

Ci sono due validi motivi per andare a vedere Zio Vanja Zio Vanja di Gabriele Vacis, il secondo motivo è che è il primo spettacolo in cartellone al Teatro Carignano di Torino dopo il restauro che ha rivoluzionato la bomboniera sabauda.

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La bomboniera è rimasta.
L’interno del teatro ha ritrovato il suo splendore con gli stucchi dorati, i palchi, il rosone sulla volta.
La moquette ha lasciato posto ad un pavimento in legno studiato per rendere l’acustica perfetta e le poltrone hanno ritrovato i loro colori originali.
Il palco è un capolavoro di tecnica che permette soluzioni diverse e affascinanti (subito sfruttate da Vacis).

Le novità (e le polemiche) riguardano l’esterno ed il foyer.
La Piazza perde la bussola in legno che la caratterizzava ma ritrova la linea originale ed ora la facciata, che comprende Cambio, Pepino e Teatro è unica ed elegante.
Il foyer è stato trasferito nei sotterranei mentre al suo posto trova spazio un ingresso scarno e pulito con la nuova scala della Principessa che si affianca alla vecchia scala del Principe.
Insomma le novità sono parecchie e l’apprezzamento dipende dal gusto personale. Prima di esprimere pareri sarebbe però bene conoscere la storia storia del Teatro e della Piazza.

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Il primo motivo per andare a vedere Zio Vanja è andare a vedere Zio Vanja.
Chi conosce Gabriele Vacis non faticherà a riconoscere la sua mano, e chi conosce Roberto Tarasco (ma il tocco potrebbe anche essere quello di Lucio Diana) troverà tutta la sua tecnica nelle scene e nelle luci (ma anche nell’audio).
Il racconto scorre via più leggero e godibile di quanto mi aspettassi e alcune battute brillanti riescono a rendere Checov anche a tratti divertente.
Il primo atto rivela la brillantezza di Michele Di Mauro (dott. Astrov) che prende la scena in maniera decisa rischiando di rubare il campo ai pur bravi compagni. Ma il secondo atto è tutto di Eugenio Allegri, uno Zio Vanja fenomenale che riesce a toccare a fondo nel momento in cui esce di testa e per dieci minuti lascia lo spettatore col fiato sospeso, completamente rapito dalla sua reazione liberatoria.
E una nota di merito la riservo anche alle due presenze silenti ma fondamentali del servo e del giovane con la chitarra. Il primo impegnatissimo a montare e smontare scene, il secondo sempre pronto a sottolineare con la sua chitarra sfruttando le nuove potenzialità acustiche del Carignano.

E quello che più colpisce è proprio l’abilità di Vacis ad utilizzare al meglio le capacità della nuova torre scenica. Decide per i cambi di scena a sipario aperto, non è certo una novità ma qui sono veramente eccezionali, diventano quasi un personaggio in più. Le camere che crescono, si affollano, poi perdono pezzi. Non vorrei sbilanciarmi ma la seconda scena è qualcosa di diabolico per il fascino che emana. E quegli alberi…

Insomma… Vacis non delude e la compagnia rende al meglio l’opera di Anton Cechov.
Il Teatro Stabile di Torino continua a funzionare e a regalarci produzioni degne di essere ricordate.

(credits foto: Giorgio Sottile)